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Novità IATE

{Interessanti novità dalla banca dati terminologica europea IATE (InterActive Terminology for Europe) che da alcune settimane ha messo a disposizione una versione scaricabile della sua vasta raccolta terminologica, fatta di oltre 8 milioni di termini nelle 24 lingue europee.

IATE

In questo articolo vedremo insieme come trasformare il materiale fornito da IATE in un semplice glossario bilingue (formato Excel o TXT “tab-delimited”) da importare successivamente nel nostro CAT preferito. Questo ci permetterà di accedere alla terminologia IATE anche senza una connessione internet.

Il file, che si può scaricare da questa pagina, è in formato TBX (TermBase eXchange) e pesa oltre 2GB. Come spiegato sul sito, si tratta di una versione ridotta della banca dati, nel senso che non contiene i commenti né altri campi che sono presenti nella versione online (la terminologia è invece presente integralmente). Nella tabella che segue una panoramica del materiale che si trova nel file:

Language

Number of terms

Bulgarian

           29288  

Czech

           26202  

Danish

           568998  

German

           982209  

Greek

           500253  

English

           1285247  

Spanish

           576790  

Estonian

           32472  

Finnish

           306922  

French

           1244893  

Irish

           57490  

Croatian

           8257  

Hungarian

           47420  

Italian

           659906  

Lithuanian

           50313  

Latvian

           28844  

Maltese

           35284  

Dutch

           644824  

Polish

           54299  

Portuguese

           506583  

Romanian

           34820  

Slovak

           33844  

Slovenian

           41800  

Swedish

           290879  

Latin

           61383  

Multilinugal

           4892  

 All

     
8114112  

Sebbene TermBase eXchange sia uno dei formati che vengono letti ad es. da MultiTerm Convert:

MultiTerm Convert

il file è talmente pesante che dopo pochi minuti su un PC con 16GB di RAM l’operazione si interrompe per un problema di memoria:

System Out Of Memory

Meglio così, perché pensandoci bene cosa ce ne facciamo di un glossario in 24 lingue? Il glossario completo potrebbe al massimo essere interessante per un’agenzia, alla quale consiglio di leggere questo articolo in cui Paul Filkin propone una soluzione (abbastanza macchinosa e non gratuita) per convertire l’intera banca dati IATE in un glossario MultiTerm. Ma per noi traduttori professionisti nella maggior parte dei casi è sufficiente creare un semplice glossario bilingue nella nostra combinazione di lavoro (o al massimo 2 o 3 glossari se lavoriamo con più lingue).

Per farlo dobbiamo ricorrere a Xbench di ApSIC, un software abbastanza noto nel nostro ambiente, apprezzato soprattutto per le sue potenti funzioni di assicurazione della qualità da usare in combinazione con quei CAT che non le hanno. Per gestire file di grandi dimensioni come quello fornito da IATE dobbiamo scaricare da questa pagina la versione a 64-bit di Xbench 3.0 – Build 1243 (con la versione a 32-bit non funziona).

Una volta scaricato e installato il programma, dobbiamo specificare il nostro indirizzo e-mail per registrarci (la versione trial funziona per 30 giorni) e quindi creare un nuovo progetto:

Creazione di un nuovo progetto

Nella finestra Project Properties clicchiamo sul pulsante Add…, selezioniamo il formato del glossario (TBX/MARTIF) e clicchiamo su Next:

Selezione del formato

Nella scheda successiva File List clicchiamo sul pulsante Add File…, selezioniamo il file TBX che abbiamo scaricato dal sito IATE e clicchiamo su Next:

Selezione del file

Nella scheda successiva Properties spuntiamo la casella davanti all’opzione Remove duplicates e clicchiamo su Next:

Remove duplicates

Il passaggio successivo è un po’ più lungo, perché dopo aver cliccato su Next Xbench carica l’elenco delle lingue. Essendo il file molto pesante, questa operazione può durare anche diversi minuti:

Caricamento delle lingue

Una volta che Xbench ha caricato l’elenco delle lingue nella scheda Language Settings, togliamo il segno di spunta dall’opzione Include segment even if source or target text is missing (perché nel nostro glossario vogliamo importare solo i termini di una lingua per i quali esiste anche un corrispondente nell’altra lingua), selezioniamo la lingua Source, la lingua Target e clicchiamo sul pulsante OK:

Selezione delle lingue

A questo punto la finestra Add Files to Project si chiude e nella finestra Project Properties vediamo che è stato caricato il glossario IATE:

Xbench pronto per l'estrazione

Cliccando sul pulsante OK in alto a destra viene avviata l’estrazione della terminologia nella coppia di lingue da noi scelta. Anche la finestra Project Properties si chiude e Xbench inizia a lavorare. Cliccando su See Details è possibile seguire in tempo reale quanti termini vengono estratti da Xbench:

Dettagli dell'estrazione

Una volta terminata l’estrazione, la barra verde in alto scompare e in basso viene visualizzato il numero totale di termini estratti:

468.600 termini estratti

Bene, ora manca solo più un passaggio, cioè l’esportazione dei termini estratti in un file Excel che ci permetterà poi di caricare la terminologia nel nostro CAT preferito. Per farlo, dobbiamo selezionare dal menu Tools la voce Export Items…:

Esportazione dei termini estratti

Nella finestra Export Items, mettiamo il segno di spunta davanti alla voce All items in a glossary e quindi selezioniamo il glossario appena estratto dal sottostante elenco (cliccare sulla freccia rivolta in basso). Poi nell’area Output selezioniamo il formato XLSX, diamo un nome al file (cliccare sul pulsante con i tre puntini) e spuntiamo la casella Add a header in first row. Controlliamo ancora una volta che tutte le impostazioni siano corrette e clicchiamo sul pulsante OK:

Impostazioni di esportazione

Xbench procede così all’esportazione dei dati nel file Excel:

Esportazione dei dati

Nel mio esempio, quando ho aperto il file Excel ho visto che erano stati esportati 441.354 termini. I 27.246 termini mancanti sono probabilmente le ripetizioni che Xbench ha eliminato automaticamente durante l’esportazione:

File Excel creato da Xbench

Oltre alle due colonne delle lingue, nel file Excel ne ho trovate altre 35, la maggior parte delle quali vuote e le rimanenti di scarso interesse per me. Prima di importare i dati in MultiTerm, ho eliminato tutte le colonne e tenuto solo quelle delle due lingue. Quindi ho convertito il file Excel in un file XLM con MultiTerm Convert e poi importato il file XML in MultiTerm. Durante questo ultimo passaggio, MultiTerm ha importato solo circa 330 mila termini al primo giro. Allora ho creato un nuovo file con i 111.000 termini che aveva saltato e di questi ne sono avanzati altri 4000 circa che ho importato al terzo giro, per un totale di 441.350:

Glossario MultiTerm de-it

Per convertire il file Excel in un file TXT con termini separati da tabulatore (ad es. per WordFast o DejaVu), dal menu File di Excel cliccare su Save As…, selezionare il formato Text (Tab delimited) (*.txt) e cliccare sul pulsante Save:

Conversione Excel - Tab delimited

Questo sistema con Xbench mi sembra – al momento – la soluzione più veloce e interessante, soprattutto perché permette di creare glossari bilingui in qualsiasi combinazione linguistica immaginabile.

Buon divertimento!

Stefano

befana

Ah, è arrivata la Befana che spazza via le feste e l’anno vecchio, invitandoci a fare altrettanto con le nostre vecchie abitudini!

Chiudiamo il 2013, almeno in Facebook, con le stesse identiche statistiche di sempre:

statistiche 6 gennaio 2014

Le Befane sono in stramaggioranza!

Siamo quindi soprattutto colleghe, anche se parliamo sempre di colleghi perché così ce lo impongono le regole della lingua italiana.

Nel 2013 ho dovuto riflettere parecchio sul significato che la parola “colleghi” ha per me. Come tutti, ho il difetto di riflettere su certe cose solo quando fanno nascere problemi, e spesso mi rendo conto solo allora che fino a quel giorno davo per scontato un mucchio di cose.

Ha girato e sta girando in rete e in Facebook un articolo Рuno dei tanti Рche avverte contro le conseguenze collettive della decisione, presa da singoli, di lavorare gratis (aggiungiamoci anche il pressoch̩ gratis).

L’articolo, dal titolo “La generazione lavoro gratis per avere una vetrina” non è scritto da una traduttrice, bensì da una giornalista medico. E quando l’ho condiviso, neanche l’avevo letto. Perché l’argomento, per me, era chiuso da anni.

Per anni ho dato per scontato che tutti quanti abbiamo la stessa idea di cosa significa essere colleghi. Anche se sono ugualmente anni che vedo e sento presunti colleghi difendere ad alta voce comportamenti propri che sono, secondo me, palesemente non collegiali. Comportamenti non etici quindi, poiché vengono attuati in un ambito in cui ogni gesto del singolo ha inevitabilmente ripercussioni sull’immagine collettiva che hanno i clienti dell’intera categoria professionale. Ho smesso, anni fa, insieme ad altri, di spiegare questo mio punto di vista. Che non è per niente il mio punto di vista personale, e lo dimostra l’esistenza dei codici etici, formulati proprio per questo motivo. Da secoli. Anche dai traduttori.

Il ragionamento che secondo me devi fare quando sei il collega di altri mi sembra di una semplicità unica: con la mia attività professionale, cioè con quello che so fare (e che per fortuna mi piace), devo poter guadagnare il mio pane quotidiano, esattamente come devono poterselo guadagnare tutti gli altri colleghi. I miei clienti, a loro volta, guadagnano il loro pane quotidiano grazie al mio lavoro. Tuttavia, i miei clienti sono anche, nessuno escluso, i potenziali clienti di tutti i miei colleghi. Di conseguenza, se io mi metto a regalare il mio lavoro, e convinco altri a fare altrettanto, metto in moto un meccanismo che a lungo andare costringerebbe tutti i miei colleghi a regalare anche il loro lavoro. Anni fa dicevamo, a chi difendeva la propria decisione di lavorare gratis perché era l’unico modo per entrare nel mercato, che prima o poi ci sarebbe tornata la zappa sui piedi. Oggi la zappa è arrivata, e non è quella di una nuova generazione: è la nostra.

Come le scatole cinesi, il ragionamento qui sopra ne contiene un altro che davo altrettanto per scontato e che riguarda il concetto di mercato: se lavori, ti fai pagare, indipendentemente dal fatto che lavori per passare il tempo, arrotondare lo stipendio, iniziare una carriera da autonomo, realizzare un tuo sogno, per prima, seconda o terza occupazione. Se ti fai pagare fai automaticamente parte di un mercato, e questo mercato siamo tutti noi. Ma anche se decidi di non farti pagare, ti muovi sempre nello stesso identico mercato. Il mercato infatti altro non è se non quel luogo in cui si incontrano delle persone che hanno bisogno dei nostri servizi per poter guadagnare a loro volta e, di conseguenza, far guadagnare noi che quel servizio siamo capaci di offrirlo.

Ecco, secondo me, comprendere il significato delle parole collega e mercato è decisamente la prima cosa da fare obbligatoriamente quando inizi a pensare di voler diventare traduttore, o quando lo sei già e devi prendere le tue decisioni professionali. Non diventi solo un traduttore. Diventando traduttore, diventi automaticamente e inevitabilmente il collega di altri traduttori che si muovono in un mercato, che per definizione è il luogo dove tutti quanti dobbiamo guadagnare il nostro pane quotidiano, a prescindere dal tipo di testi che traduciamo e a prescindere dal tipo di clienti con cui ci relazioniamo.

Ovviamente dà grande soddisfazione potersi fregiare del titolo di collega, ma quel titolo, non dimentichiamolo mai, implica tanto vantaggi quanto doveri e responsabilità che sei tenuto ad assumerti nei confronti di coloro di cui sei diventato/vuoi diventare/sei già collega.

Diventando traduttore, di qualunque tipo, entri in un gruppo, in una collettività, in una categoria professionale. Questa, per poter continuare ad esistere e a garantire il pane quotidiano ai suoi membri, non può permettere agli stessi di fare delle cose che le tolgano valore e incidano sulla sua immagine pubblica di fronte a chi, sul mercato, valuta i servizi che offre e ne usufruisce. A me, come singolo individuo, non è dunque permesso di fare delle cose, nell’ambito del mio lavoro, che possano danneggiare, a lungo o breve termine, i miei colleghi. Ho il dovere, rispetto alla collettività di cui entro a far parte, di mettere da parte i miei soli vantaggi personali e riflettere bene sulle conseguenze delle mie decisioni e azioni per l’intera collettività e la professione stessa.

È chiaro che per costruirsi una vetrina è anche possibile ricorrere a uno scambio senza passaggio di denaro, lo faccio anche io. Purché a quei soldi rinuncino entrambe le parti. E purché i vantaggi soddisfino ognuna delle parti in egual misura. Nel nostro caso possiamo per esempio proporre, a chi ha scritto un articolo, di tradurlo: noi mettiamo nella nostra vetrina la nostra traduzione e il suo nome, lui espone nella sua il nostro nome e un link alla nostra traduzione. Se non è possibile questo, si trova un altro tipo di scambio equo. Tuttavia non bisogna dimenticare mai, nel caso specifico, che se tu esponi la tua traduzione, devi anche essere in grado di garantire all’autore che con la tua traduzione fai fare bella figura anche al suo testo.

Il mio sito, Italia Magia, genera regolarmente proposte di scambio, la maggior parte delle quali mi insegna che, se la gente usasse per i propri affari la stessa quantità di fantasia che impiega per imbrogliare gli altri, oggi non staremmo qui a parlare del fenomeno “lavorare gratis” e di “collegialità” o di “etica e morale professionale” come se fossero un problema.

Visto che il mio sito si rivolge agli appassionati dell’Italia, solitamente chi mi contatta sono i tour operator. Iniziano dandomi subito del tu, cantando le lodi del mio sito: “Ma quanto sono interessanti i tuoi articoli sulla Spagna!” (sic!). Proseguono poi con: “Ci piacerebbe proporti uno scambio. Noi scriviamo un articolo per te e tu lo pubblichi sul tuo sito.” “Siamo certi che apprezzerai, in fondo non dovrai fare nulla.”

Tradotto: Questo non vuole pagare lo spazio pubblicitario che altrove paga centinaia di euro. Vediamo il testo che ha allegato. Apro, chiudo e rispondo:

“Caro X. Il mio mestiere è scrivere. I miei clienti, ovvero altri tour operator, pagano profumatamente per ricevere da me dei testi da pubblicare sui loro siti o nelle loro brochure. Mi pagano perché scrivo per loro dei testi capaci di convincere i loro clienti a prenotare istantaneamente un viaggio. Nel Suo caso, a scrivere l’articolo ci ha già pensato Lei. Se io avessi un interesse particolare per la Sua azienda, potrei pure considerare la possibilità di regalarLe uno spazio pubblicitario sul mio sito sotto forma di un Suo articolo. Purtroppo, tuttavia, non posso permettermi, né gratuitamente, né a pagamento, di esporre nella mia vetrina di scrittrice e traduttrice un testo come quello che Lei mi ha allegato, che per quanto mi riguarda non può finire neanche nel giornalino della scuola media di mio figlio. Nel caso fosse interessato a conoscere sia il prezzo di un articolo scritto da me, sia quello di uno spazio pubblicitario sul mio sito per un articolo scritto in modo professionale, sarò lieta di fornirLe tutti i dati del caso. Se la Sua azienda è invece interessata a uno scambio di pubblicazioni professionali e di link, ricevo e valuto volentieri proposte in tal senso.”

Ecco, perfino sulla parola scambio bisogna riflettere bene. Sia prima di proporlo, sia prima di accettarlo.

Oggi la Befana spazza via le feste e con esse un periodo in cui, invece di lavorare e riflettere, abbiamo dato precedenza all’ozio, alle coccole famigliari e al riposo. Da domani inizio di nuovo a lavorare. E come me anche voi, miei numerosi colleghi. Tentiamo tutti, quest’anno, di lavorare con un pensiero rivolto anche ai nostri colleghi, pur continuando a lavorare ognuno per conto proprio.

Frauke&Stefano

PS1 Ringrazio la collega Alice De Carli Enrico per la sua paziente rilettura e revisione.

PS2 La Befanina e la foto appartengono a Stefania La Rosa (specializzata in giapponese – stefanialarosa@libero.it) che ringrazio di cuore per il suo umorismo e per l’ispirazione!

samen schrijven

 “Bisogna imparare a imparare”

Motto del Nordisk Teaterlaboratorium, più noto come Odin teatret, compagnia teatrale multiculturale fondata da Eugenio Barba a Oslo nel 1964

Stiamo cambiando i gruppi per traduttori in Facebook. Abbiamo eliminato Trova Traduttore e Traduttore Cerca Aiuto. Ci dispiace per tutti quelli che hanno i loro buoni motivi per dispiacersene, ma noi che dedichiamo parte del nostro tempo libero a mantenere pacifica la convivenza in tutti i gruppi abbiamo i nostri buoni motivi personali per voler cambiare sistema. Ringraziamo tutti coloro che si sono offerti di fare da amministratori per aiutarci, ma un sistema che si basa esclusivamente sul “controllo” non è né efficiente, né piacevole per nessuno.

Il passato: avevamo creato delle regole di convivenza tra professionisti e aspiranti tali, che molti non leggevano e altri trasgredivano.

Il futuro: per far entrare, per restare e per far uscire le persone in e dai nostri gruppi useremo i criteri che usiamo da sempre per tutto ciò che riguarda il nostro mestiere e che in gran parte applichiamo indistintamente a vecchi e giovani.

Per dare inizio al cambiamento, accoglieremo nei gruppi (solo) liberi professionisti che vogliono “lavorare e crescere insieme”.

In entrata i criteri sono a grandi linee quelli che usiamo per valutare se affidare o meno un lavoro o un nostro cliente a uno sconosciuto: il modo in cui si presenta e scrive, un profilo professionale completo in rete, gli anni di esperienza, un numero di lingue di lavoro ragionevole per un solo individuo, competenze specifiche, prezzi da colleghi e non da concorrenti. Non accettiamo chi si profila come “competente” a tradurre in una lingua diversa dalla propria madrelingua. Ai fini della definizione di “competenza professionale”, riconosciamo solo il bilinguismo tardivo culturale, che non sia quindi basato esclusivamente su un bilinguismo di nascita.

Ci aspettiamo che chi viene accolto non tradisca la fiducia accordata.  

Ci auguriamo che si rinvigorisca quel principio che è la base della crescita professionale di ogni traduttore e che rende automaticamente semplice la collaborazione tra colleghi e futuri tali: la volontà e la capacità di mettere in dubbio se stesso e le proprie convinzioni. In particolare, noi traduttori lavoriamo insieme perché sappiamo che questo ci consente di imparare gli uni dagli altri.

In uscita applicheremo un solo criterio: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te“, sia come “persona“, sia come “figura professionale” che applica un codice etico a tutti i suoi rapporti con i propri colleghi e con i suoi clienti.

La lista dei nuovi gruppi a cui è possibile chiedere l’ammissione:

Ricordiamoci che ognuno di noi può impostare le notifiche come più gli piace. 

Tutti i gruppi sono impostati come “chiusi”. 

Chi non trova più il proprio gruppo e vuole iscriversi a quello nuovo, può visionare nella descrizione dello stesso l’iter di iscrizione da seguire. Chi si presenta per chiedere l’iscrizione sta accettando le regole descritte qui e nel gruppo stesso e si impegna a rispettarle.   

Per gli aspiranti traduttori e i neolaureati in lingue c’è il gruppo omonimo Aspiranti Traduttori Neolaureati.

Siamo consapevoli che sarebbe utile per tutti, non solo per loro, poter far entrare anche gli aspiranti traduttori nei gruppi di lavoro, ma chiediamo loro pazienza per qualche tempo. Vogliamo che nel gruppo Aspiranti Traduttori Neolaureati siano a disposizione quelle “regole” non scritte che vigono tra professionisti e rendere esplicito anche tutto quello che considerano normale.

A chi, grande o piccolo che sia, non piacciono i nostri criteri e le nostre regole, ricordiamo che Facebook permette a chiunque di creare dei gruppi.

I gruppi Glossarissimo! e Corsi e Formazione per Traduttori sono rimasti invariati.

Prima di tutto: tutti noi abbiamo il diritto di rifiutare.

newnowbg2

“No” è una risposta perfettamente accettabile; rifiutare è una valida alternativa.

Non siamo obbligati ad accettare ogni lavoro o cliente che si presenta; nessuno ci costringe ad accettare compensi ridicoli o condizioni ingiuste.

Vedo troppi freelance intorno a me che addirittura si tormentano per questo. Bisogna farla finita.

Rifiutare, rinunciare, declinare gentilmente l’incarico, insomma, passare la mano è già un nostro diritto che non ha bisogno di approvazioni, autorizzazioni o permessi speciali.

Lo decidiamo, semplicemente. Per questo siamo liberi professionisti. E mica casca il mondo se stiamo sbagliando! Di solito ci si pente più per aver accettato un brutto lavoro che per averlo rifiutato.

Sta di fatto che non ci si fa le ossa come freelance finché non si è rifiutato almeno un lavoro o un cliente.

Quando si risponde per la prima volta “no, grazie” a un lavoro che non fa presagire nulla di buono, è lì che si prova il brivido dell’indipendenza. Ancora dopo tutti questi anni io lo avverto. Consideratemi pure infantile, ma è proprio così.

Certo, non si può rifiutare un lavoro solo perché si è stanchi o perché c’è la partita o perché non si ha voglia di lavorare.

Rifiutare è tener lontano da noi lavoro tossico, lavoro deleterio per la nostra salute: clienti disorganizzati, lavori che possono solo finire male, lavori che ci sfiniscono senza una buona ragione, clienti che non hanno soldi, lavori che nascono con pessimi presupposti. Col trascorrere del tempo si impara a riconoscerlo, si è in grado di capire che quella mela che fuori sembra così succosa, nasconde in realtà un verme al proprio interno.

Rifiutando siamo noi a decidere quale direzione prenderà la nostra carriera, evitando che sia lei a sballottarci a destra e a manca.

Rifiutare significa definire chi siamo, ciò in cui siamo estremamente competenti, dove vogliamo arrivare.

Rifiutare significa sbarazzarsi di clienti di serie C, crescere, impedire a noi stessi di lasciarci distrarre, sviare e condurre in un vicolo cieco da lavori che odiamo e che non siamo proprio capaci di fare.

“Mi dispiace ma questo non fa per me; non sarebbe onesto da parte mia accettare perché non farei un buon lavoro. Se le interessa posso segnalarle alcuni colleghi che potrebbero esserle d’aiuto.”

“Grazie per l’offerta, ma non sono la persona giusta per questo genere di lavoro. Io mi occupo principalmente di marchi e identità aziendale. Se vuole posso indicarle i nomi di alcuni web designer.”

“Mi dispiace, ma non sono adatto per questo lavoro. In questo caso sarei solo un problema per lei, ma sono lusingato che me lo abbia chiesto.”

“Credo sia giunta l’ora di lasciare spazio ai giovani; è stato un piacere collaborare, ma il mio profilo non è più quello di cui lei ha bisogno.”

Considerando che i clienti di liberi professionisti non sono per niente abituati a sentirsi rispondere di no, siate preparati al fatto che alcuni sbarreranno gli occhi, altri saranno furibondi e altri ancora si offenderanno. E’ inutile spazientirsi per questo. Ah! E altri potrebbero invece addirittura rispettarvi molto di più perché non li riempite di lusinghe e non elemosinate. Beh, a volte.

Anche i soldi dovranno far parte dei motivi di rifiuto.

“Non saprei come fare un buon lavoro per una somma del genere e oltretutto lei non sarebbe contento del risultato. Tuttavia apprezzo la sua richiesta; magari potremo lavorare insieme in futuro.”

“Nessun problema; sarei felice di riparlarne se il budget cambia. Grazie per la proposta.”

“Lo capisco! Certo, ci sono anche colleghi con prezzi molto più alti dei miei; sono sicuro che troverà qualcun altro disposto a lavorare entro i termini del suo budget, o anche a meno.”

“Mi dispiace ma termini di 30/45 giorni non sono accettabili. Io non sono nella condizione di poter finanziare le spese di un progetto per tutto questo tempo. Capisco perfettamente che è bloccato dalla politica della sua azienda, ma secondo lei non potrebbe esserci un’altra soluzione?”

“Onestamente, se accettassi a questo misero prezzo coverei rabbia tutto il giorno (verso me stesso, ma soprattutto nei suoi riguardi) e finirei per mandare a quel paese chiunque mi si presentasse davanti. Oppure continuerei a rimandare questo schifo in favore di lavori meglio ricompensati e ogni qual volta leggessi il suo nome sul display del telefono fingerei di non essere in casa. Quindi meglio lasciar perdere, ok?”

(Non sto dicendo che dovrete comportarvi così ogni giorno. Prescrivo giusto qualche pillola, non ingoiatele tutte insieme; non devo certo stare qui a spiegarlo.)

È il caso di rifiutare un lavoro quando si è troppo impegnati? Con i buoni clienti si cerca di non farlo; per quanto riguarda i nuovi clienti, beh è probabile che non li rivedremo più. Ovviamente.

E se un cliente fisso ha bisogno di un favore e ci chiede di fare per lui un lavoro antipatico, stringiamo i denti e lo accettiamo.

Se un buon cliente ci vuole affidare un progetto fuori dalla nostra portata, che va oltre le nostre competenze, allora rispondiamo: “Mi spiace, ma non sarei brillante come di consueto; se si potesse fare un lavoro di secondo livello sarei felice di occuparmene. O, in alternativa, potrei aiutarla a trovare qualcuno che possa farlo.”

Oh, dimenticavo! Non bisogna mai rifiutare quel lavoro grosso, di alto profilo, richiesto da un cliente di classe A per il quale abbiamo tanto penato. Quello che ci spaventa a morte perché non siamo sicuri di avere le doti per portarlo a termine e abbiamo paura di fare un fiasco davanti agli occhi di tutti e bruciare per sempre la nostra carriera… quel lavoro, lo accettiamo.

Costi anche le pene dell’inferno, un lavoro del genere non si rifiuta mai.

Il testo qui sopra è la traduzione dell’articolo The Freelancer’s Guide to Saying “No”,  un “progetto” nato spontaneamente nel gruppo facebook Aspiranti Traduttori Neolaureati.  

L’intento era quello di sperimentare concretamente come si lavora per riuscire a colmare il divario tra un livello universitario e un livello professionale, da intendersi, in questo preciso caso, come “pronto per la pubblicazione”, ma con lo scopo primario di “trasmettere il messaggio”, il contenuto, a chi non sa l’inglese. 

In questo senso, la traduzione è frutto della collaborazione tra Francesca Giada Meo (neolaureata), Piera Biffardi (traduttrice, laureata qualche anno fa) e me stessa come responsabile della versione definitiva. Ringraziamo Federica d’Alessio che ha gentilmente revisionato una delle versioni precedenti alla presente.  

{ Segnalo al volo un articolo pubblicato ieri sul blog della Terminology Coordination Unit dell’UE, in cui si annunciano nuovi widget e add-on del browser per accedere ancora più rapidamente al database terminologico IATE.

Access IATE Public

Leggi l’articolo completo per maggiori informazioni.

Stefano

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