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befana

Ah, è arrivata la Befana che spazza via le feste e l’anno vecchio, invitandoci a fare altrettanto con le nostre vecchie abitudini!

Chiudiamo il 2013, almeno in Facebook, con le stesse identiche statistiche di sempre:

statistiche 6 gennaio 2014

Le Befane sono in stramaggioranza!

Siamo quindi soprattutto colleghe, anche se parliamo sempre di colleghi perché così ce lo impongono le regole della lingua italiana.

Nel 2013 ho dovuto riflettere parecchio sul significato che la parola “colleghi” ha per me. Come tutti, ho il difetto di riflettere su certe cose solo quando fanno nascere problemi, e spesso mi rendo conto solo allora che fino a quel giorno davo per scontato un mucchio di cose.

Ha girato e sta girando in rete e in Facebook un articolo Рuno dei tanti Рche avverte contro le conseguenze collettive della decisione, presa da singoli, di lavorare gratis (aggiungiamoci anche il pressoch̩ gratis).

L’articolo, dal titolo “La generazione lavoro gratis per avere una vetrina” non è scritto da una traduttrice, bensì da una giornalista medico. E quando l’ho condiviso, neanche l’avevo letto. Perché l’argomento, per me, era chiuso da anni.

Per anni ho dato per scontato che tutti quanti abbiamo la stessa idea di cosa significa essere colleghi. Anche se sono ugualmente anni che vedo e sento presunti colleghi difendere ad alta voce comportamenti propri che sono, secondo me, palesemente non collegiali. Comportamenti non etici quindi, poiché vengono attuati in un ambito in cui ogni gesto del singolo ha inevitabilmente ripercussioni sull’immagine collettiva che hanno i clienti dell’intera categoria professionale. Ho smesso, anni fa, insieme ad altri, di spiegare questo mio punto di vista. Che non è per niente il mio punto di vista personale, e lo dimostra l’esistenza dei codici etici, formulati proprio per questo motivo. Da secoli. Anche dai traduttori.

Il ragionamento che secondo me devi fare quando sei il collega di altri mi sembra di una semplicità unica: con la mia attività professionale, cioè con quello che so fare (e che per fortuna mi piace), devo poter guadagnare il mio pane quotidiano, esattamente come devono poterselo guadagnare tutti gli altri colleghi. I miei clienti, a loro volta, guadagnano il loro pane quotidiano grazie al mio lavoro. Tuttavia, i miei clienti sono anche, nessuno escluso, i potenziali clienti di tutti i miei colleghi. Di conseguenza, se io mi metto a regalare il mio lavoro, e convinco altri a fare altrettanto, metto in moto un meccanismo che a lungo andare costringerebbe tutti i miei colleghi a regalare anche il loro lavoro. Anni fa dicevamo, a chi difendeva la propria decisione di lavorare gratis perché era l’unico modo per entrare nel mercato, che prima o poi ci sarebbe tornata la zappa sui piedi. Oggi la zappa è arrivata, e non è quella di una nuova generazione: è la nostra.

Come le scatole cinesi, il ragionamento qui sopra ne contiene un altro che davo altrettanto per scontato e che riguarda il concetto di mercato: se lavori, ti fai pagare, indipendentemente dal fatto che lavori per passare il tempo, arrotondare lo stipendio, iniziare una carriera da autonomo, realizzare un tuo sogno, per prima, seconda o terza occupazione. Se ti fai pagare fai automaticamente parte di un mercato, e questo mercato siamo tutti noi. Ma anche se decidi di non farti pagare, ti muovi sempre nello stesso identico mercato. Il mercato infatti altro non è se non quel luogo in cui si incontrano delle persone che hanno bisogno dei nostri servizi per poter guadagnare a loro volta e, di conseguenza, far guadagnare noi che quel servizio siamo capaci di offrirlo.

Ecco, secondo me, comprendere il significato delle parole collega e mercato è decisamente la prima cosa da fare obbligatoriamente quando inizi a pensare di voler diventare traduttore, o quando lo sei già e devi prendere le tue decisioni professionali. Non diventi solo un traduttore. Diventando traduttore, diventi automaticamente e inevitabilmente il collega di altri traduttori che si muovono in un mercato, che per definizione è il luogo dove tutti quanti dobbiamo guadagnare il nostro pane quotidiano, a prescindere dal tipo di testi che traduciamo e a prescindere dal tipo di clienti con cui ci relazioniamo.

Ovviamente dà grande soddisfazione potersi fregiare del titolo di collega, ma quel titolo, non dimentichiamolo mai, implica tanto vantaggi quanto doveri e responsabilità che sei tenuto ad assumerti nei confronti di coloro di cui sei diventato/vuoi diventare/sei già collega.

Diventando traduttore, di qualunque tipo, entri in un gruppo, in una collettività, in una categoria professionale. Questa, per poter continuare ad esistere e a garantire il pane quotidiano ai suoi membri, non può permettere agli stessi di fare delle cose che le tolgano valore e incidano sulla sua immagine pubblica di fronte a chi, sul mercato, valuta i servizi che offre e ne usufruisce. A me, come singolo individuo, non è dunque permesso di fare delle cose, nell’ambito del mio lavoro, che possano danneggiare, a lungo o breve termine, i miei colleghi. Ho il dovere, rispetto alla collettività di cui entro a far parte, di mettere da parte i miei soli vantaggi personali e riflettere bene sulle conseguenze delle mie decisioni e azioni per l’intera collettività e la professione stessa.

È chiaro che per costruirsi una vetrina è anche possibile ricorrere a uno scambio senza passaggio di denaro, lo faccio anche io. Purché a quei soldi rinuncino entrambe le parti. E purché i vantaggi soddisfino ognuna delle parti in egual misura. Nel nostro caso possiamo per esempio proporre, a chi ha scritto un articolo, di tradurlo: noi mettiamo nella nostra vetrina la nostra traduzione e il suo nome, lui espone nella sua il nostro nome e un link alla nostra traduzione. Se non è possibile questo, si trova un altro tipo di scambio equo. Tuttavia non bisogna dimenticare mai, nel caso specifico, che se tu esponi la tua traduzione, devi anche essere in grado di garantire all’autore che con la tua traduzione fai fare bella figura anche al suo testo.

Il mio sito, Italia Magia, genera regolarmente proposte di scambio, la maggior parte delle quali mi insegna che, se la gente usasse per i propri affari la stessa quantità di fantasia che impiega per imbrogliare gli altri, oggi non staremmo qui a parlare del fenomeno “lavorare gratis” e di “collegialità” o di “etica e morale professionale” come se fossero un problema.

Visto che il mio sito si rivolge agli appassionati dell’Italia, solitamente chi mi contatta sono i tour operator. Iniziano dandomi subito del tu, cantando le lodi del mio sito: “Ma quanto sono interessanti i tuoi articoli sulla Spagna!” (sic!). Proseguono poi con: “Ci piacerebbe proporti uno scambio. Noi scriviamo un articolo per te e tu lo pubblichi sul tuo sito.” “Siamo certi che apprezzerai, in fondo non dovrai fare nulla.”

Tradotto: Questo non vuole pagare lo spazio pubblicitario che altrove paga centinaia di euro. Vediamo il testo che ha allegato. Apro, chiudo e rispondo:

“Caro X. Il mio mestiere è scrivere. I miei clienti, ovvero altri tour operator, pagano profumatamente per ricevere da me dei testi da pubblicare sui loro siti o nelle loro brochure. Mi pagano perché scrivo per loro dei testi capaci di convincere i loro clienti a prenotare istantaneamente un viaggio. Nel Suo caso, a scrivere l’articolo ci ha già pensato Lei. Se io avessi un interesse particolare per la Sua azienda, potrei pure considerare la possibilità di regalarLe uno spazio pubblicitario sul mio sito sotto forma di un Suo articolo. Purtroppo, tuttavia, non posso permettermi, né gratuitamente, né a pagamento, di esporre nella mia vetrina di scrittrice e traduttrice un testo come quello che Lei mi ha allegato, che per quanto mi riguarda non può finire neanche nel giornalino della scuola media di mio figlio. Nel caso fosse interessato a conoscere sia il prezzo di un articolo scritto da me, sia quello di uno spazio pubblicitario sul mio sito per un articolo scritto in modo professionale, sarò lieta di fornirLe tutti i dati del caso. Se la Sua azienda è invece interessata a uno scambio di pubblicazioni professionali e di link, ricevo e valuto volentieri proposte in tal senso.”

Ecco, perfino sulla parola scambio bisogna riflettere bene. Sia prima di proporlo, sia prima di accettarlo.

Oggi la Befana spazza via le feste e con esse un periodo in cui, invece di lavorare e riflettere, abbiamo dato precedenza all’ozio, alle coccole famigliari e al riposo. Da domani inizio di nuovo a lavorare. E come me anche voi, miei numerosi colleghi. Tentiamo tutti, quest’anno, di lavorare con un pensiero rivolto anche ai nostri colleghi, pur continuando a lavorare ognuno per conto proprio.

Frauke&Stefano

PS1 Ringrazio la collega Alice De Carli Enrico per la sua paziente rilettura e revisione.

PS2 La Befanina e la foto appartengono a Stefania La Rosa (specializzata in giapponese – stefanialarosa@libero.it) che ringrazio di cuore per il suo umorismo e per l’ispirazione!

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Prima di tutto: tutti noi abbiamo il diritto di rifiutare.

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“No” è una risposta perfettamente accettabile; rifiutare è una valida alternativa.

Non siamo obbligati ad accettare ogni lavoro o cliente che si presenta; nessuno ci costringe ad accettare compensi ridicoli o condizioni ingiuste.

Vedo troppi freelance intorno a me che addirittura si tormentano per questo. Bisogna farla finita.

Rifiutare, rinunciare, declinare gentilmente l’incarico, insomma, passare la mano è già un nostro diritto che non ha bisogno di approvazioni, autorizzazioni o permessi speciali.

Lo decidiamo, semplicemente. Per questo siamo liberi professionisti. E mica casca il mondo se stiamo sbagliando! Di solito ci si pente più per aver accettato un brutto lavoro che per averlo rifiutato.

Sta di fatto che non ci si fa le ossa come freelance finché non si è rifiutato almeno un lavoro o un cliente.

Quando si risponde per la prima volta “no, grazie” a un lavoro che non fa presagire nulla di buono, è lì che si prova il brivido dell’indipendenza. Ancora dopo tutti questi anni io lo avverto. Consideratemi pure infantile, ma è proprio così.

Certo, non si può rifiutare un lavoro solo perché si è stanchi o perché c’è la partita o perché non si ha voglia di lavorare.

Rifiutare è tener lontano da noi lavoro tossico, lavoro deleterio per la nostra salute: clienti disorganizzati, lavori che possono solo finire male, lavori che ci sfiniscono senza una buona ragione, clienti che non hanno soldi, lavori che nascono con pessimi presupposti. Col trascorrere del tempo si impara a riconoscerlo, si è in grado di capire che quella mela che fuori sembra così succosa, nasconde in realtà un verme al proprio interno.

Rifiutando siamo noi a decidere quale direzione prenderà la nostra carriera, evitando che sia lei a sballottarci a destra e a manca.

Rifiutare significa definire chi siamo, ciò in cui siamo estremamente competenti, dove vogliamo arrivare.

Rifiutare significa sbarazzarsi di clienti di serie C, crescere, impedire a noi stessi di lasciarci distrarre, sviare e condurre in un vicolo cieco da lavori che odiamo e che non siamo proprio capaci di fare.

“Mi dispiace ma questo non fa per me; non sarebbe onesto da parte mia accettare perché non farei un buon lavoro. Se le interessa posso segnalarle alcuni colleghi che potrebbero esserle d’aiuto.”

“Grazie per l’offerta, ma non sono la persona giusta per questo genere di lavoro. Io mi occupo principalmente di marchi e identità aziendale. Se vuole posso indicarle i nomi di alcuni web designer.”

“Mi dispiace, ma non sono adatto per questo lavoro. In questo caso sarei solo un problema per lei, ma sono lusingato che me lo abbia chiesto.”

“Credo sia giunta l’ora di lasciare spazio ai giovani; è stato un piacere collaborare, ma il mio profilo non è più quello di cui lei ha bisogno.”

Considerando che i clienti di liberi professionisti non sono per niente abituati a sentirsi rispondere di no, siate preparati al fatto che alcuni sbarreranno gli occhi, altri saranno furibondi e altri ancora si offenderanno. E’ inutile spazientirsi per questo. Ah! E altri potrebbero invece addirittura rispettarvi molto di più perché non li riempite di lusinghe e non elemosinate. Beh, a volte.

Anche i soldi dovranno far parte dei motivi di rifiuto.

“Non saprei come fare un buon lavoro per una somma del genere e oltretutto lei non sarebbe contento del risultato. Tuttavia apprezzo la sua richiesta; magari potremo lavorare insieme in futuro.”

“Nessun problema; sarei felice di riparlarne se il budget cambia. Grazie per la proposta.”

“Lo capisco! Certo, ci sono anche colleghi con prezzi molto più alti dei miei; sono sicuro che troverà qualcun altro disposto a lavorare entro i termini del suo budget, o anche a meno.”

“Mi dispiace ma termini di 30/45 giorni non sono accettabili. Io non sono nella condizione di poter finanziare le spese di un progetto per tutto questo tempo. Capisco perfettamente che è bloccato dalla politica della sua azienda, ma secondo lei non potrebbe esserci un’altra soluzione?”

“Onestamente, se accettassi a questo misero prezzo coverei rabbia tutto il giorno (verso me stesso, ma soprattutto nei suoi riguardi) e finirei per mandare a quel paese chiunque mi si presentasse davanti. Oppure continuerei a rimandare questo schifo in favore di lavori meglio ricompensati e ogni qual volta leggessi il suo nome sul display del telefono fingerei di non essere in casa. Quindi meglio lasciar perdere, ok?”

(Non sto dicendo che dovrete comportarvi così ogni giorno. Prescrivo giusto qualche pillola, non ingoiatele tutte insieme; non devo certo stare qui a spiegarlo.)

È il caso di rifiutare un lavoro quando si è troppo impegnati? Con i buoni clienti si cerca di non farlo; per quanto riguarda i nuovi clienti, beh è probabile che non li rivedremo più. Ovviamente.

E se un cliente fisso ha bisogno di un favore e ci chiede di fare per lui un lavoro antipatico, stringiamo i denti e lo accettiamo.

Se un buon cliente ci vuole affidare un progetto fuori dalla nostra portata, che va oltre le nostre competenze, allora rispondiamo: “Mi spiace, ma non sarei brillante come di consueto; se si potesse fare un lavoro di secondo livello sarei felice di occuparmene. O, in alternativa, potrei aiutarla a trovare qualcuno che possa farlo.”

Oh, dimenticavo! Non bisogna mai rifiutare quel lavoro grosso, di alto profilo, richiesto da un cliente di classe A per il quale abbiamo tanto penato. Quello che ci spaventa a morte perché non siamo sicuri di avere le doti per portarlo a termine e abbiamo paura di fare un fiasco davanti agli occhi di tutti e bruciare per sempre la nostra carriera… quel lavoro, lo accettiamo.

Costi anche le pene dell’inferno, un lavoro del genere non si rifiuta mai.

Il testo qui sopra è la traduzione dell’articolo The Freelancer’s Guide to Saying “No”,  un “progetto” nato spontaneamente nel gruppo facebook Aspiranti Traduttori Neolaureati.  

L’intento era quello di sperimentare concretamente come si lavora per riuscire a colmare il divario tra un livello universitario e un livello professionale, da intendersi, in questo preciso caso, come “pronto per la pubblicazione”, ma con lo scopo primario di “trasmettere il messaggio”, il contenuto, a chi non sa l’inglese. 

In questo senso, la traduzione è frutto della collaborazione tra Francesca Giada Meo (neolaureata), Piera Biffardi (traduttrice, laureata qualche anno fa) e me stessa come responsabile della versione definitiva. Ringraziamo Federica d’Alessio che ha gentilmente revisionato una delle versioni precedenti alla presente.  

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{ Su Langit e altrove si è svolta (e si sta ancora svolgendo) in questi giorni una discussione sulla base di un articolo di Chiara Santoriello “I vantaggi derivanti dall’istituzione di un Ordine Professionale” pubblicato su La Nota del Traduttore il 18 aprile del 2005.

E’ stato citato anche il trafiletto di Altrinit del 2008 che si riferisce ad un fatto del 2007 e una sua rassegna stampa di notizie che riguardano sia la riforma degli ordini, sia le vicissitudini dei traduttori ed interpreti dei tribunali.

Gianfranco Manca ha dedicato un sito alla questione:  www.albo-si-albo-no.org , ma mi sembra che vada comunque ben oltre la mera questione di  “albo si o no”.

E’ da giorni che cerco di capire perché sono allergica alla parola “albo” messa insieme con “traduttori”.  Esistono fin troppe buone ragioni razionali per non abbinare queste due parole, ma ce ne deve essere una fondamentale che non sono ancora riuscita a trovare.  Quindi mi limito a segnalarvi la discussione, gli articoli e il sito.

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Segnalazione e richiesta veloce

Questo è il blog di Laura Dossena: http://www.minimoblog.it/.  Leggendolo, si scopre che Laura traduce dall’inglese dei post per un blog che nulla ha a che fare con le traduzioni, ma tutto con lo stile di vita minimal:  http://www.ilmacminimalista.it/.

Oggi apro la nostra pagina in facebook La Rassegna e trovo questo:  http://paroleaperte.blogspot.com/2010/12/da-dove-vengono-le-idee.html.

Gli autori, Alessandra Repossi e Francesca Cosi hanno tradotto un articolo di Seth Godin (http://sethgodin.typepad.com/seths_blog/2010/11/where-do-ideas-come-from.html)

Ci segnalate per favore le (vostre) traduzioni regalate alla rete? Nei commenti sotto questo post oppure con un messaggio a frauke@italianolandese.com.  Aggiungeremo una pagina fissa a questo blog con estratti delle traduzioni regalate, di cosa parlano e da quale blog e autore provengono.

Frauke

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{ Supponiamo che sei un traduttore italiano. Traduci dallo spagnolo e dall’inglese. In quale lingua fai pubblicità per la tua attività?

In Italia ci sono moltissime agenzie di traduzione che vendono tantissime traduzioni da una lingua straniera in italiano. Sono veramente tante e il lavoro – a sentire loro – è molto. Tanto che per l’appunto queste agenzie "offrono" ai traduttori loro fornitori, i “loro” prezzi che dovrebbero invece essere stabiliti prima di tutto da quei fornitori stessi. La collaborazione tutta, dovrebbe essere il risultato di una negoziazione. Invece di negoziare, queste agenzie usano proprio il ricatto della “tua” concorrenza: “ci sono tremila colleghi tuoi là fuori pronti ad accettare il “nostro” prezzo”.

D’altra parte, se esistono tutti questi concorrenti, significa che la domanda per traduzioni in italiano, in Italia, è veramente grande. Significa che almeno una parte di quella domanda è dirottabile su singoli traduttori. Potresti quindi decidere di farti pubblicità in italiano, offrendoti alle aziende italiane.

Tuttavia, questo significa metterti in concorrenza con le moltissime agenzie italiane, di cui una bella fetta già da tempo sta offrendo ai clienti finali (le aziende italiane in questo caso) dei prezzi al di sotto del prezzo "normale" che deve chiedere un qualsiasi singolo professionista per continuare ad essere libero e autonomo. Questo si ripercuote sia sulle scelte che fanno queste agenzie rispetto ai propri collaboratori che devono accontentarsi di prezzi ancora più bassi (più o meno la metà), sia sul mercato delle traduzioni in generale. Trovare aziende (piccole e medio grandi) italiane sicuramente non è impossibile, ma la concorrenza “dei prezzi” fatta dalle stesse agenzie italiane (oltre a quella dei “colleghi” che insistono a fare concorrenza sui prezzi) è alta. 

Prima di prendere certe decisioni, bisogna anche riflettere seriamente su una frase che si sente spesso dire dai propri colleghi (o futuri colleghi). "Ho molto lavoro". "Sto lavorando dalla mattina alla sera". Attenzione. "Lavorare molto" o "lavorare dalla mattina alla sera", non significa automaticamente "guadagnare (molto)". Anzi. Nella maggioranza dei casi dei traduttori italiani che lavorano soprattutto con agenzie italiane, solitamente questa frase significa che "lavorano" molto ma guadagnano “poco”. Così poco da aver creato per l’appunto l’immagine del traduttore sgobbone che non può manco permettersi di andare in ferie.

Vuoi lavorare molto e guadagnare poco o vuoi lavorare e guadagnare decentemente? Con quali clienti si può "lavorare" e "guadagnare" allo stesso tempo? Con i clienti diretti italiani, ma anche con quelli stranieri. E con molte agenzie straniere. Non con le agenzie italiane, se sei un traduttore italiano e se non sei iperspecializzato o non hai un potere (e una capacità personale!) di negoziazione particolarmente forte.

Anche i clienti esteri (quelli che parlano la lingua da cui tu traduci) sono di due tipi: diretti e agenzie. Inoltre ci sono moltissime agenzie in molti paesi che NON parlano la lingua che tu traduci, ma sono abituati ad esprimersi in inglese.

Ogni cliente straniero, contrariamente a quanto succede in Italia, sa perfettamente che un traduttore traduce e scrive solo nella propria lingua madre. Non si aspetta che ogni mail o blog di chi ha imparato la sua lingua sia un capolavoro letterario. Tuttavia, una presentazione seria deve essere professionale. Se hai la certezza di scrivere bene nella lingua straniera, la scrivi tu. Altrimenti la fai tradurre. Come investimento è veramente il minimo, per chi vuole presentarsi come professionista. E non corri il rischio di fare la figuraccia che fanno le  tante agenzie nel mondo che fanno tradurre i loro siti “risparmiando sui costi della traduzione”, pubblicando poi le idiozie che noi traduttori denunciamo giornalmente.

Con una traduzione in inglese ti rivolgi praticamente a “tutti” i potenziali clienti esteri – a meno che la tua lingua di lavoro non appartenga ad uno di quei paesi come l’Italia, dove l’inglese (e le lingue straniere in generale) ancora non fa parte della cultura giornaliera aziendale perché l’educazione dei bambini alle lingue straniere ancora non è radicata come lo è invece altrove. Ma l’inglese è sicuramente la lingua mondiale delle agenzie di traduzione estere.

Di sicuro una pagina di presentazione scritta nella lingua dei tuoi potenziali clienti, è percepita come una grande cortesia, a prescindere dal fatto che quel cliente parli o capisca anche l’inglese. Inoltre, offrire una collaborazione in cui il cliente possa sempre esprimersi nella propria lingua, è indubbiamente un valore aggiunto del singolo traduttore rispetto alle agenzie che per ovvi motivi non possono offrire ogni volta un interlocutore che parla la lingua del cliente ;>))

Frauke

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{Aggiungere valore traducendo e doppio marketing di chi scrive traducendo

Tempo fa avevo fatto una traduzione per conto di un’agenzia, di alcuni testi pubblicitari ma anche tecnici. Il prodotto descritto, ma soprattutto la storia di questa piccola azienda italiana, aveva finito per appassionarmi. Consegnando, ho descritto all’agenzia le scelte che avevo fatto traducendo, per ottenere che questo prodotto fosse accolto positivamente anche in Olanda, oltre che in Belgio.

L’agenzia ha comunicato al suo cliente il mio commento. Appena ha avuto bisogno di un’altra traduzione, lo stesso cliente ha comunicato esplicitamente all’agenzia di condividere le mie scelte. Oggi ho consegnato i suoi nuovi testi, ringraziando l’agenzia per la perfetta collaborazione e raccontando loro con due frasi quale metodo applico a queste traduzioni in modo che possano comunicarlo al loro cliente, come quello precedente.

Mestiere di scrivere

Il metodo di cui parlo è la scrittura per il web, descritta in Mestiere di scrivere di Luisa Carrada. Pur essendo limitate le applicazioni per chi traduce – si deve pur sempre tener conto del modo in cui è stato composto il testo originale – questo metodo aggiunge valore al servizio fornito dalla mia agenzia al suo cliente, ma anche al mio rapporto con l’agenzia.

Uno dei difetti di noi traduttori classici, è che diamo per scontata una serie di qualità nostre e dei nostri testi, dando anche per scontato che vengano riconosciute e perfino apprezzate dai nostri clienti. Lavorando soprattutto con agenzie, non è chiaro chi esattamente dovrebbe riconoscere o apprezzare: l’agenzia o il cliente finale?

Dare per scontato è fare un doppio sbaglio: fare marketing è rendere esplicite, non le proprie qualità, ma le proprie risposte alle esigenze dei clienti che loro non sanno neanche di avere. Le agenzie sono aziende come tutte le altre. Ma la posizione che occupano in mezzo a noi e i clienti che usano i nostri testi, rende necessaria una doppia azione di marketing.

Fare marketing indirizzandosi alle agenzie, è rendere sia esplicite le risposte alle loro specifiche esigenze aziendali, sia quelle che noi traduttori condividiamo con loro rispetto ai loro clienti, utenti dei nostri testi tradotti: doppio marketing.    

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{ Conosco una lingua straniera. Posso diventare traduttore?

Questa domanda è apparsa in varie forme sulla pagina in facebook, ma appare da sempre anche nelle mailing list per traduttori. E’ una delle molte domande che si pongono coloro che studiano lingue quando devono decidere che strada percorrere.

Sono costretta a rispondere a questa domanda in base alla mia esperienza personale. Ventisei anni di lavoro di cui undici come freelance traduttrice non sono pochi, ma non bastano a nessuno per dare risposte univoche o valide per tutti. Rispondo quindi a modo mio, con pensieri miei, che ho maturato soprattutto nell’arco degli ultimi dieci anni, sia traducendo come freelance, sia parlandone moltissimo con colleghi e clienti.        

Chi conosce una lingua straniera oltre alla propria madrelingua può ovviamente diventare traduttore. La risposta è quindi si, puoi diventare traduttore, purché distingui fin dall’inizio, tradurre da guadagnare soldi traducendo. Sono due competenze diverse con due diversi processi di crescita; due diversi percorsi personali.

Prima si diventa traduttori, poi freelance. Pretendere di diventare entrambi nello stesso identico istante o con lo stesso identico percorso, non è logico, per un semplice motivo. Per poter guadagnare dei soldi, bisogna avere qualche cosa di specifico da offrire alle aziende disposte a pagare quella cosa specifica. Un disegnatore, sa disegnare. Un copywriter sa scrivere. Le aziende assumono chi sa scrivere o chi sa disegnare o chi sa una lingua straniera. Assumendo un giovane disegnatore, l’azienda è disposta, per motivi suoi economici, a far crescere quel giovane all’interno dell’azienda, sotto la sua protezione, supervisione e responsabilità. L’azienda ha il suo tornaconto: lo modella a seconda delle sue esigenze (e inizia con uno stipendio più basso che aumento col tempo, con l’esperienza).

L’azienda si rivolge al freelance invece, quando ha un problema momentaneo da risolvere. Deve trovare la persona giusta che gli risolve quel problema, in quel momento, nei migliori dei modi e al prezzo giusto. Il freelance fa quindi il caso suo: è una figura professionale già cresciuta, che ha maturato le proprie specifiche competenze per conto suo. Il freelance si distingue inoltre da un dipendente, non perché sa tradurre  o sa disegnare, ma perché ha maturato una competenza che i dipendenti fissi non hanno e non maturano: sa immedesimarsi nelle esigenze di un cliente qualunque che non conosceva fino al momento dell’incontro specifico. La capacità di saper valutare il contesto in cui si inserisce un problema di un cliente, determina il valore economico di un servizio prestato da un freelance. La sua specifica competenza – quella di saper tradurre – passa in terzo piano; diventa scontata, quasi totalmente ininfluente nella scelta di un freelance o di un altro.  

Che strada percorre allora una persona per diventare innanzitutto un traduttore?   

In primo luogo, quella dello studio. Se non ami studiare; se non sei un appassionato della tua madrelingua in particolare, né delle lingue in generale; se scrivere non ti attrae; se detesti la grammatica e l’analisi logica di qualunque lingua; se non ti piace leggere e ti spaventano i soggiorni lunghi all’estero, allora diventare traduttore non fa per te. Se non ti attraggono le culture diverse dalla tua; se rifiuti i gusti diversi; se non ti definisci curioso e non hai un particolare senso per le sfide o per risolvere i problemi tuoi, quelli degli altri, e quelli in generale, allora non sei nato per fare il traduttore.

In modo particolare, nella pratica, tradurre per mestiere equivale a studiare per soldi. Tradurre è concentrarsi dalla mattina alla sera su contenuti, parole, significati che non conosci o che non fanno parte della tua vita privata e personale. E’ occuparsi, scrivendo, delle esigenze altrui. E’ leggere, comprendere e ri-esprimere, testi scritti da altri. E’ immergersi in contesti di vita e di lavoro a te estranei con il solo scopo di capire un determinato contenuto che tu dovrai ri-scrivere in quel preciso momento nella tua lingua, con parole che non sono tue

Tradurre è comprendere. Sia i testi che il loro contesto economico. La tua conoscenza della lingua straniera dovrà quindi diventare tale da poter escludere ogni interpretazione sbagliata. Tale da saper decidere di volta in volta se sei in grado o meno di comprendere un testo fino ad un punto tale da saperlo ri-esprimere, ri-scrivere nella tua lingua, con più o meno la stessa cognizione di causa con cui è stato composto e scritto dall’autore. Tale da saper discernere tra gradi di difficoltà, tra uno stile e l’altro, tra i vari contesti pratici, reali ed economici in cui si collocano i testi di cui si servono le aziende.     

Tradurre è scrivere. Puoi essere un asso nel capire tutte le sfumature di una lingua straniera, espressa in tutte le sue forme (scritte), ma se non sei disposto a diventare innanzitutto un esperto scrittore della tua lingua, tradurre non fa per te. Diventare traduttore è prepararsi a dover diventare lo scrittore versatile di altri, accettando una serie di limiti alla tua libertà e creatività personale: non inventerai né storie né trame; non userai il tuo stile. Dovrai imparare a scegliere lo stile che più si addice al contesto economico, allo scopo e al lettore dei testi che dovrai tradurre. Potrai decidere fin dall’inizio di limitare i campi in cui diventare esperto, ma dovrai in ogni modo essere disposto a dover esplorare sempre campi nuovi.   

Dovrai imparare a prendere da solo tutte le decisioni inerenti al processo di traduzione: le decisioni rispetto alle scelte di parole, frasi, testi, stili. Dovrai accettare fin dall’inizio che la strada, lunga e lenta, da percorrere per acquisire le conoscenze e le esperienze che ti faranno diventare un traduttore consapevolmente competente, è lastricata soprattutto di errori e di dubbi che dovrai elaborare e pagare da solo. Decidere consapevolmente di fronte ad ogni problema (parola, frase, stile) quale sia l’unica soluzione corretta da adottare, include acquisire di caso in caso i dati necessari e saper ragionare in modo logico.

Tutto questo si impara indossando, di giorno in giorno, i panni del traduttore. Non necessariamente guadagnando dei soldi traducendo. Puoi tranquillamente fare mille mestieri. Basta non dimenticare mai che il tuo scopo è quello di diventare traduttore. C’è anche chi fa il percorso inverso: inizia la propria vita di studi e di lavoro su una strada lontana dalle lingue. Quella strada lo porta magari a conoscere una lingua straniera, a conoscere molto bene un campo specifico e ad imparare a scrivere molto bene la propria lingua. Un giorno scopre di aver fatto il percorso del traduttore. Entrambi possono diventare freelance. Purché siano disposti ad accettare che di un nuovo percorso di crescita personale si tratta, con una serie di problematiche sconosciute, da imparare a risolvere nei migliori dei modi. Da soli e per se stessi.     

Frauke

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