Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘discussioni’ Category

befana

Ah, è arrivata la Befana che spazza via le feste e l’anno vecchio, invitandoci a fare altrettanto con le nostre vecchie abitudini!

Chiudiamo il 2013, almeno in Facebook, con le stesse identiche statistiche di sempre:

statistiche 6 gennaio 2014

Le Befane sono in stramaggioranza!

Siamo quindi soprattutto colleghe, anche se parliamo sempre di colleghi perché così ce lo impongono le regole della lingua italiana.

Nel 2013 ho dovuto riflettere parecchio sul significato che la parola “colleghi” ha per me. Come tutti, ho il difetto di riflettere su certe cose solo quando fanno nascere problemi, e spesso mi rendo conto solo allora che fino a quel giorno davo per scontato un mucchio di cose.

Ha girato e sta girando in rete e in Facebook un articolo Рuno dei tanti Рche avverte contro le conseguenze collettive della decisione, presa da singoli, di lavorare gratis (aggiungiamoci anche il pressoch̩ gratis).

L’articolo, dal titolo “La generazione lavoro gratis per avere una vetrina” non è scritto da una traduttrice, bensì da una giornalista medico. E quando l’ho condiviso, neanche l’avevo letto. Perché l’argomento, per me, era chiuso da anni.

Per anni ho dato per scontato che tutti quanti abbiamo la stessa idea di cosa significa essere colleghi. Anche se sono ugualmente anni che vedo e sento presunti colleghi difendere ad alta voce comportamenti propri che sono, secondo me, palesemente non collegiali. Comportamenti non etici quindi, poiché vengono attuati in un ambito in cui ogni gesto del singolo ha inevitabilmente ripercussioni sull’immagine collettiva che hanno i clienti dell’intera categoria professionale. Ho smesso, anni fa, insieme ad altri, di spiegare questo mio punto di vista. Che non è per niente il mio punto di vista personale, e lo dimostra l’esistenza dei codici etici, formulati proprio per questo motivo. Da secoli. Anche dai traduttori.

Il ragionamento che secondo me devi fare quando sei il collega di altri mi sembra di una semplicità unica: con la mia attività professionale, cioè con quello che so fare (e che per fortuna mi piace), devo poter guadagnare il mio pane quotidiano, esattamente come devono poterselo guadagnare tutti gli altri colleghi. I miei clienti, a loro volta, guadagnano il loro pane quotidiano grazie al mio lavoro. Tuttavia, i miei clienti sono anche, nessuno escluso, i potenziali clienti di tutti i miei colleghi. Di conseguenza, se io mi metto a regalare il mio lavoro, e convinco altri a fare altrettanto, metto in moto un meccanismo che a lungo andare costringerebbe tutti i miei colleghi a regalare anche il loro lavoro. Anni fa dicevamo, a chi difendeva la propria decisione di lavorare gratis perché era l’unico modo per entrare nel mercato, che prima o poi ci sarebbe tornata la zappa sui piedi. Oggi la zappa è arrivata, e non è quella di una nuova generazione: è la nostra.

Come le scatole cinesi, il ragionamento qui sopra ne contiene un altro che davo altrettanto per scontato e che riguarda il concetto di mercato: se lavori, ti fai pagare, indipendentemente dal fatto che lavori per passare il tempo, arrotondare lo stipendio, iniziare una carriera da autonomo, realizzare un tuo sogno, per prima, seconda o terza occupazione. Se ti fai pagare fai automaticamente parte di un mercato, e questo mercato siamo tutti noi. Ma anche se decidi di non farti pagare, ti muovi sempre nello stesso identico mercato. Il mercato infatti altro non è se non quel luogo in cui si incontrano delle persone che hanno bisogno dei nostri servizi per poter guadagnare a loro volta e, di conseguenza, far guadagnare noi che quel servizio siamo capaci di offrirlo.

Ecco, secondo me, comprendere il significato delle parole collega e mercato è decisamente la prima cosa da fare obbligatoriamente quando inizi a pensare di voler diventare traduttore, o quando lo sei già e devi prendere le tue decisioni professionali. Non diventi solo un traduttore. Diventando traduttore, diventi automaticamente e inevitabilmente il collega di altri traduttori che si muovono in un mercato, che per definizione è il luogo dove tutti quanti dobbiamo guadagnare il nostro pane quotidiano, a prescindere dal tipo di testi che traduciamo e a prescindere dal tipo di clienti con cui ci relazioniamo.

Ovviamente dà grande soddisfazione potersi fregiare del titolo di collega, ma quel titolo, non dimentichiamolo mai, implica tanto vantaggi quanto doveri e responsabilità che sei tenuto ad assumerti nei confronti di coloro di cui sei diventato/vuoi diventare/sei già collega.

Diventando traduttore, di qualunque tipo, entri in un gruppo, in una collettività, in una categoria professionale. Questa, per poter continuare ad esistere e a garantire il pane quotidiano ai suoi membri, non può permettere agli stessi di fare delle cose che le tolgano valore e incidano sulla sua immagine pubblica di fronte a chi, sul mercato, valuta i servizi che offre e ne usufruisce. A me, come singolo individuo, non è dunque permesso di fare delle cose, nell’ambito del mio lavoro, che possano danneggiare, a lungo o breve termine, i miei colleghi. Ho il dovere, rispetto alla collettività di cui entro a far parte, di mettere da parte i miei soli vantaggi personali e riflettere bene sulle conseguenze delle mie decisioni e azioni per l’intera collettività e la professione stessa.

È chiaro che per costruirsi una vetrina è anche possibile ricorrere a uno scambio senza passaggio di denaro, lo faccio anche io. Purché a quei soldi rinuncino entrambe le parti. E purché i vantaggi soddisfino ognuna delle parti in egual misura. Nel nostro caso possiamo per esempio proporre, a chi ha scritto un articolo, di tradurlo: noi mettiamo nella nostra vetrina la nostra traduzione e il suo nome, lui espone nella sua il nostro nome e un link alla nostra traduzione. Se non è possibile questo, si trova un altro tipo di scambio equo. Tuttavia non bisogna dimenticare mai, nel caso specifico, che se tu esponi la tua traduzione, devi anche essere in grado di garantire all’autore che con la tua traduzione fai fare bella figura anche al suo testo.

Il mio sito, Italia Magia, genera regolarmente proposte di scambio, la maggior parte delle quali mi insegna che, se la gente usasse per i propri affari la stessa quantità di fantasia che impiega per imbrogliare gli altri, oggi non staremmo qui a parlare del fenomeno “lavorare gratis” e di “collegialità” o di “etica e morale professionale” come se fossero un problema.

Visto che il mio sito si rivolge agli appassionati dell’Italia, solitamente chi mi contatta sono i tour operator. Iniziano dandomi subito del tu, cantando le lodi del mio sito: “Ma quanto sono interessanti i tuoi articoli sulla Spagna!” (sic!). Proseguono poi con: “Ci piacerebbe proporti uno scambio. Noi scriviamo un articolo per te e tu lo pubblichi sul tuo sito.” “Siamo certi che apprezzerai, in fondo non dovrai fare nulla.”

Tradotto: Questo non vuole pagare lo spazio pubblicitario che altrove paga centinaia di euro. Vediamo il testo che ha allegato. Apro, chiudo e rispondo:

“Caro X. Il mio mestiere è scrivere. I miei clienti, ovvero altri tour operator, pagano profumatamente per ricevere da me dei testi da pubblicare sui loro siti o nelle loro brochure. Mi pagano perché scrivo per loro dei testi capaci di convincere i loro clienti a prenotare istantaneamente un viaggio. Nel Suo caso, a scrivere l’articolo ci ha già pensato Lei. Se io avessi un interesse particolare per la Sua azienda, potrei pure considerare la possibilità di regalarLe uno spazio pubblicitario sul mio sito sotto forma di un Suo articolo. Purtroppo, tuttavia, non posso permettermi, né gratuitamente, né a pagamento, di esporre nella mia vetrina di scrittrice e traduttrice un testo come quello che Lei mi ha allegato, che per quanto mi riguarda non può finire neanche nel giornalino della scuola media di mio figlio. Nel caso fosse interessato a conoscere sia il prezzo di un articolo scritto da me, sia quello di uno spazio pubblicitario sul mio sito per un articolo scritto in modo professionale, sarò lieta di fornirLe tutti i dati del caso. Se la Sua azienda è invece interessata a uno scambio di pubblicazioni professionali e di link, ricevo e valuto volentieri proposte in tal senso.”

Ecco, perfino sulla parola scambio bisogna riflettere bene. Sia prima di proporlo, sia prima di accettarlo.

Oggi la Befana spazza via le feste e con esse un periodo in cui, invece di lavorare e riflettere, abbiamo dato precedenza all’ozio, alle coccole famigliari e al riposo. Da domani inizio di nuovo a lavorare. E come me anche voi, miei numerosi colleghi. Tentiamo tutti, quest’anno, di lavorare con un pensiero rivolto anche ai nostri colleghi, pur continuando a lavorare ognuno per conto proprio.

Frauke&Stefano

PS1 Ringrazio la collega Alice De Carli Enrico per la sua paziente rilettura e revisione.

PS2 La Befanina e la foto appartengono a Stefania La Rosa (specializzata in giapponese – stefanialarosa@libero.it) che ringrazio di cuore per il suo umorismo e per l’ispirazione!

Annunci

Read Full Post »

{ Su Langit e altrove si è svolta (e si sta ancora svolgendo) in questi giorni una discussione sulla base di un articolo di Chiara Santoriello “I vantaggi derivanti dall’istituzione di un Ordine Professionale” pubblicato su La Nota del Traduttore il 18 aprile del 2005.

E’ stato citato anche il trafiletto di Altrinit del 2008 che si riferisce ad un fatto del 2007 e una sua rassegna stampa di notizie che riguardano sia la riforma degli ordini, sia le vicissitudini dei traduttori ed interpreti dei tribunali.

Gianfranco Manca ha dedicato un sito alla questione:  www.albo-si-albo-no.org , ma mi sembra che vada comunque ben oltre la mera questione di  “albo si o no”.

E’ da giorni che cerco di capire perché sono allergica alla parola “albo” messa insieme con “traduttori”.  Esistono fin troppe buone ragioni razionali per non abbinare queste due parole, ma ce ne deve essere una fondamentale che non sono ancora riuscita a trovare.  Quindi mi limito a segnalarvi la discussione, gli articoli e il sito.

Read Full Post »

{ Oggi ho conosciuto una collega. Traduce da 15 anni. Non è italiana, la sua lingua è una di quelle quotate come “normali” europee. Non conosceva Langit, non conosceva la pagina in fb, conosceva un po’ ProZ. Aveva un disperato bisogno di parlare con una collega straniera in Italia come me.

E’ arrivata all’esaurimento nervoso. Fattura 2000 euro al mese, per i quali lavora 10-12 ore al giorno. Guarda con invidia chi pulisce le scale nel suo palazzo. I suoi clienti sono 10, tutte agenzie italiane, e queste 10 agenzie le procurano quei 2000 euro al mese.

Quando io lavoro in condizioni normali – non ora che regna ancora la crisi – ho 1 lavoro al mese che, da solo, mi da una fattura di 2000 euro. Quel lavoro è tecnico, perché quello è il mio cavallo di battaglia, mi costa poco tempo. Mi lascia tutto il tempo necessario per poter aiutare tutti i clienti che ho – ora più o meno 40 (che alla luce della crisi sono poi risultati troppo pochi), qualunque cosa mi chiedono. Per cercare dei traduttori con lingue rare per una delle mie clienti, ho impiegato varie ore nelle ultime giornate. Queste ore sono “comprese” nel mio prezzo a parola…E’ quel tempo che mi rimane chiedendo un prezzo a parola che mi permette di essere a disposizione sempre, di tutti i miei clienti. Per questo non faccio eccezioni sui miei prezzi, per nessun motivo. Il mio prezzo può sempre essere più alto, mai più basso.

Il commercialista di questa collega le ripete, da tre anni ormai, che non è “congrua” e che di conseguenza DEVE AUMENTARE I SUOI PREZZI. Questa volta non lo dico io, ma un commercialista. Questa ragazza (per modo di dire) è il classico esempio di come NON si lavora quando si è freelance, ma lo ha detto lei, non io:

Рper sapere che prezzi chiedere, si ̬ affidata alle sue agenzie, le quali puntualmente le hanno confermato che il prezzo che pagavano a lei, lo pagano a tutti i suoi colleghi

– invece di fare il suo prezzo, accetta quello che "offre” l’agenzia

Рda anni non aumenta i propri prezzi perch̩ ha paura di perdere quei pochi clienti

Durante la nostra telefonata, ha deciso che:

-.Cambierà istantaneamente il proprio CV

– per un mese o due fatturerà un po’ di meno, per dedicare quel tempo a cercare altri clienti, anche all’estero (traducendo 10 ore al giorno ovviamente non può cercare anche clienti)

– a quei nuovi clienti chiederà un prezzo equivalente al doppio di quello che lei sta usando ora

– ad ogni cliente nuovo che troverà, ne eliminerà uno dalla vecchia lista, a partire da quello con il prezzo più basso oppure da quello che le piace di meno di tutti. (Fare una lista con un punteggio tipo “mi piace” o “non mi piace” come mi tratta, è molto utile in questi casi)

-cambierà completamente ottica. Se vuole continuare a tradurre, deve imparare subito a combattere la paura di perdere clienti o lavori,  negoziare con i clienti, e dire/esprimere/decidere  cosa offre esattamente per questo suo prezzo (dato che al 90% le diranno che “nessun collega là fuori chiede quei prezzi signora”).

– Inizierà a cercare un collega con cui lavorare in tandem in modo da poter offrire ai clienti, quando necessario, dei testi revisionati (revisione compresa nel prezzo).

L’alternativa è andare a pulire le scale, perché in questo momento guadagnerebbe il doppio di quanto guadagna ora traducendo. E questo lo ha detto lei, non io. 

Frauke

Read Full Post »

{ In risposta a questo post.

Innanzittutto ti ringrazio per gli ottimi spunti. Sicuramente saranno approfonditi da altri sulla nostra pagina. Personalmente mi limito ad esprimere dei pensieri nati sull’impressione generale che mi hanno fatto le tue parole.

Il gruppo in FB è, limitatamente a questo momento della storia della rete, capace di riunire, oltre a traduttori, aspiranti tali, studenti, clienti attuali e potenziali, chiunque altro sia curioso di sapere che tipo di impresa è quella del libero professionista traduttore.

A differenza di mailing list e forum, questo ambiente è, potenzialmente e di fatto, trovabile per chiunque. Il suo sistema di connessioni interpersonali è, per ora, unico nella storia di internet, come anche e soprattutto, la velocità con cui vi si realizzano quelle interconnessioni.

Qui potranno apparire per la prima volta le parole di tutti pressapoco istantaneamente, contemporaneamente nello stesso spazio: le parole di blog, siti, mailing list e forum per adetti al lavoro ma anche le parole di chi si dedica ai soli aspetti imprenditoriali della libera professione come tale e quella del traduttore nello specifico. Potranno trovarvi risposte, anche le domande di chi è curioso per motivi personali, di studio o di affari, come sta già succedendo.

Visibilità e trovabilità qui sono enormi.

Per la sua natura conviviale e informale, FB può superare alcuni tabu inerenti a liste e forum limitati agli adetti. Tabu dichiarati, o anche solo percepiti come tali.

Qui, linkare a propri blog o siti è collaborare, non farsi concorrenza. Allo stesso modo può diventare quel luogo neutrale dove (potenziali) clienti di ogni tipo possono scambiare le loro esperienze, difficoltà, opinioni con i loro (potenziali) collaboratori esterni. 
La mia è stata un’intuizione che prima o poi sarebbe venuta a chiunque altro. Ma mi è venuta nella o sulla scia di un evento che anche tu chiami particolare. Una coagulazione. Le coagulazioni, benché fondamentali per la sopravvivenza, sono tuttavia temporanee. Spariscono nel momento stesso in cui il corpo intero ristabilisce il proprio equilibrio. E’ illogico quindi cercare di tenerla in vita, quella coagulazione.

Piuttosto, quella coagulazione sembra essere apparsa per far capire ad una collettività che era arrivato il momento giusto per trovare modo e luogo più adatto e disponibile qui ed ora, per avviare un cambiamento collettivo basato su (potenziali) cambiamenti individuali; sull’educazione di noi stessi. Un primo piccolo passo insomma, verso la fine di piagnistei individuali o collettivi.
Non è ragioneveole pretendere che questo succeda subito o prestissimo. Prendiamo atto di una situazione attuale fatta di molti piagnistei, ma fatta anche di ragionamenti corretti già esistenti e sotto gli occhi di tutti – forse molto più numerosi di quanto pensiamo solitamente.

Agganciati e capovolti, piagnistei possono portare all’unica angolazione possibile e corretta da cui dover agire come professionista. Il libero professionista è parte integrante di un grande sistema economico in cui esso agisce necessariamente da solo. Non c’è aiuto o mezzo capace di assistere ognuno di noi quando deve trattare con i propri clienti. Lo deve fare da solo.

Cerchiamo quindi di mettere a disposizione qui e altrove, soprattutto quelle risorse che aiutino a crescere, a farci diventare individui capaci di muoverci in quel sistema, evitando di farsi del male da soli. Individui capaci di difendere ognuno per sé e da solo i propri interessi, anche grazie all’incontro e confronto con gli altri.   

Si parte quindi mettendo a disposizione risorse di dati. Non per formare un coro unisono a cui è bene non unirsi perché il primo imperativo di un professionista è quello di distinguersi.

Tentiamo invece di collaborare per costruire un futuro con traduttori che siano anche e pienamente liberi professionisti capaci di guadagnare dei soldi, di fare i conti in tasca propria, e perché no, in quella degli altri, come fa qualunque imprenditore, grande, piccolo o individuale che sia.

Libero professionista, lo diventa chi decide di trasformare una propria passione in una fonte di reddito capace di fargli guadagnare – da solo – il proprio pane quotidiano. Per ottenere quello scopo, costruisce e sfrutta le proprie competenze e risorse.
Ad una passione innata o incontrata sulla propria strada, il professionista aggiunge necessariamente consapevolezza e competenza imprenditoriale, pena la propria disfatta come professionista.

Perché come ripetuto in molte occasioni da molti di noi, riassunto perfettamente da te, adattato qui ed ora da me, ogni libero professionista traduttore, traduce, non per passione ma con passione.
A questo aggiungo che per molti di noi, anche l’impresa che parte da una passione, è diventata e può diventare una passione. Quell’impresa infatti è capace di farci scoprire, dentro ognuno di noi, quelle risorse che mai avevamo immaginato di possedere.

Senza dimenticare mai che, sempre citando te e con permesso, molte delle nostre nonne, la felicità non risiede soltanto nel proprio lavoro.
Vi deve solo contribuire nella misura in cui spendiamo gran parte del nostro tempo a quel lavoro.

Quando il proprio lavoro contribuisce a sentirci troppo spesso infelici, allora è arrivato il momento di chiederci cosa è necessario correggere, di chiederci come correggerla: con misure efficaci, capaci di recuperare in pieno quella sua funzione di contributo alla nostra felicità.
Anche le tue idee hanno contribuito a chiarirmi le mie, e questo proprio grazie al link immediato a quella pagina e quel gruppo FB che ho creato con un moto istintivo, forse perfino impulsivamente. Creati senz’altro senza calcolarne prima le conseguenze per me stessa.  Le ritengo senza dubbio potenzialmente molto più aggreganti di tutti gli altri che esistono in questo preciso momento. E chissà cosa ci porterà ancora il futuro!

Ciao, Frauke

Read Full Post »

{ Come hanno già avuto modo di accorgersene gli amici e soprattutto le amiche che seguono trovareXcredere su Facebook e Twitter, dove pubblico spesso anche link o materiale che racimolo qua e là mentre navigo e che ritengo utile condividere, sembra che il mercato della traduzione e localizzazione abbia aperto un piccolo spiraglio, lasciando trapelare una ventata di aria fresca. Una ventata di cui francamente si sentiva il bisogno: finalmente c’è qualcuno che ha il coraggio di uscire dai soliti schemi, di proporre nuovi approcci e inventarsi nuove figure professionali, altamente specializzate, interessanti soprattutto per chi non ne può più della solita solfa.

Tra i numerosi input che ho ricevuto ultimamente, quello che mi ha colpito di più è stato senz’altro quello di Renato Beninatto, fino a ieri per me, come si suol dire, un perfetto sconosciuto. In realtà è un personaggio molto noto nell’ambiente: non solo uno dei più autorevoli esperti del nostro mercato, ma anche e soprattutto l’unico che mi ha aperto gli occhi e proposto qualcosa di nuovo. Nuovo? A me? Sì, proprio a me, che nel 2010 traduco ancora sulla base di standard che erano perfetti per tradurre nel 1950, che ho investito migliaia di Euro e ore nei CAT-tool, che considero le mie memorie di traduzione un tesoro da custodire gelosamente e che ogni tanto faccio solo finta di tradurre, perché ‘tanto c’è qualcuno che rileggerà il mio testo e saprà ben lui cosa mettere.

Nei suoi due interventi, il primo dal titolo The On-going Evolution of the Localization Business tenuto alla conferenza Localization and Translation Thailand 2009 a Bangkok lo scorso dicembre e il secondo intitolato Nuove figure professionali e nuove opportunità di lavoro alla LUSPIO di Roma, Renato Beninatto disegna una realtà, la nostra, da sempre fondata su tre pilastri incrollabili:

  1. Le memorie di traduzione hanno un valore
  2. Più revisioni danno più qualità
  3. Per garantire consistenza, ci vuole il minor numero di traduttori possibile

Pilastro 1 – Le memorie di traduzione hanno un valore
Se ci pensiamo bene, non è affatto vero. A parte qualche rara eccezione, la memoria che ci manda l’agenzia insieme al lavoro è spesso un gran minestrone passato già nelle mani di altri 100 traduttori, con la stessa frase tradotta in altrettanti modi (o sempre nello stesso). Le memorie, poi, anche le nostre, sono già vecchie nel momento stesso in cui pensiamo di farle. Ovvio: le parole che mi sono venute in mente per tradurre questa frase l’anno scorso, o anche solo il mese scorso, vanno ancora bene oggi? Non sempre. Non di rado mi ritrovo a modificare anche i match al 100% che avevo tradotto io stesso, semplicemente perché oggi non è più ieri. E che dire dei vari corpora e memorie online, che contengono ogni ben di Dio? Certo, a volte utili, ma non sempre: oggi non si scrive più come negli anni ’70, neanche le leggi. Da quando usiamo le memorie di traduzione, poi, la nostra ricchezza espressiva è diminuita, perché ci troviamo la minestra già riscaldata nel piatto, diciamo le cose sempre nello stesso modo, senza accorgerci che fuori dall’universo monotono e ripetitivo della memoria già si usano altre parole. È chiaro che per alcuni tipi di testi il CAT è lo strumento ideale, ma a ben guardare sono veramente pochi. Per usare le parole di Renato Beninatto, le memorie di traduzione “sono un po’ come i buoni sconto: a volte utili, ma non sempre”.

Pilastro 2 – Più revisioni danno più qualità
Anche sul problema della revisione sono d’accordo, soprattutto sul fatto che può essere eliminata se si trovano subito i traduttori giusti che sanno fare bene il loro lavoro. Oggi il revisore è diventato un elemento di disturbo, perché spesso non dispone delle stesse informazioni che aveva il traduttore e, soprattutto, non comunica quasi mai con lui. Le cose infatti non sono più come una volta. Vi ricordate, quando traduttore e revisore erano seduti allo stesso tavolo e rileggevano insieme il testo, discutevano le scelte, ne scoprivano di migliori e imparavano uno dall’altro? Ecco, oggi questo scambio di informazioni, che arricchiva molto entrambi, purtroppo non esiste più. Perché le agenzie sono sempre meno e ognuno lavora da casa propria. Eppure basterebbe per esempio aprire una sessione di revisione online, caricare temporaneamente il documento da rivedere su uno dei vari servizi di condivisione di documenti disponibili in internet, tipo Google Docs o Zoho, fare cioè in modo che il traduttore sia presente durante la revisione, anche se fatta a migliaia di chilometri di distanza. Nessuno mi ha mai proposto una cosa simile. A voi è successo? Sono convinto che sia proprio questa interruzione della comunicazione che abbia fatto fallire la revisione. Non sarebbe bello tornare alle vecchie abitudini, sfruttando però i nuovi strumenti che abbiamo a disposizione?

Pilastro 3 – Per garantire consistenza, ci vuole il minor numero di traduttori possibile

Si può abbattere anche questo terzo pilastro? Secondo Renato Beninatto, e anche secondo me, sì. Intanto perché abbiamo eliminato fisicamente la memoria di traduzione e ridato al traduttore il suo vero ruolo (pilastro 1). Poi perché abbiamo trovato traduttori veramente bravi e dato loro uno strumento online (il nuovo CAT) che favorisce il massimo livello di supervisione/condivisione/scambio possibile su tutto il testo su cui tutti i traduttori stanno lavorando contemporaneamente (pilastro 2). E infine perché abbiamo fatto un lavoro di organizzazione preliminare allo stato dell’arte, durato anche più giorni, in cui tutto è stato definito (= previsto) nel minimo dettaglio. Ciascun traduttore potrà così partire da una base solida, per esempio un glossario su cui potersi veramente fidare, una guida di stile con le principali convenzioni, eccetera. Il resto (compresa la qualità) verrà da sé, quando siamo tutti lì che collaboriamo alla creazione del miglior testo possibile. Un altro esempio lampante, oltre a quello del libro di 500 pagine tradotto in svedese in meno di un mese che ricorda Roberto Beninatto nel suo intervento, è Facebook: per localizzare il social network in spagnolo usando i metodi tradizionali, affidando cioè il lavoro a un’agenzia di traduzioni, ci sono voluti ben tre mesi. La versione in francese è stata invece completata in appena 48 ore. Stessa cosa per l’italiano:

Il succo dello screenshot qui in alto è che un testo di quasi 100.000 parole è stato completato in pochi giorni da circa 400 traduttori che, udite udite, hanno sfornato un prodotto di alta qualità. Ovvio: erano persone specializzate nel settore (già iscritte a Facebook) e avevano a disposizione un valido strumento di natura ipercollaborativa per tradurre, discutere, scambiarsi informazioni, valutare:

Come si può vedere, nella piccola finestra che si apre quando faccio clic su Traduci c’è veramente tutto ciò che mi serve per fare una corretta traduzione: contesto, informazioni sul sesso del soggetto, variabili, eventuali pretraduzioni, termini presenti nel glossario, eccetera. Una volta tradotta, la mia frase verà vista dagli altri traduttori che possono voltarla o proporne una migliore.

Immaginatevi un ambiente simile però più ristretto, accessibile per esempio solo a 50 traduttori super-specializzati in gastronomia che devono tradurre un ricettario di 500 pagine. Anche se ognuno traduce le sue 10 pagine, alla fine avrà scambiato talmente tante informazioni con gli altri 49, contribuendo magari anche a risolvere situazioni difficili non sue, che è come se avesse tradotto tutto il ricettario da solo. Un ambiente molto produttivo, che favorisce una qualità naturale e che è già una realtà: Google, Facebook e AsiaOnline, per citarne solo alcuni.

Un bello scossone, non c’è dubbio. Anche perché le innovazioni più sconvolgenti sono sempre quelle che vengono da fuori, da chi non si è mai occupato di traduzione, di verbi o di stile, in grado quindi di vedere le cose con un’altra prospettiva (tecnologica) rispetto alla nostra (linguistica). E che sta facendo passi da gigante. Per esempio anche nel settore della traduzione automatica (MT). Lo so, lo so: due parole e una sigla che fanno rizzare i capelli anche a me, di cui ho anche parlato in un precedente articolo. Sembra però che con il nuovo sistema statistico (statistical machine translation) si stiano facendo grandi progressi, soprattutto in combinazione con clean data e il post-editing umano. Anche se in questo campo sono molto più scettico, mi aspetto comunque dei miglioramenti.

Queste le previsioni:

  • Tutti i CAT diventeranno gratuiti o irrilevanti prima del 2015 (tra 5 anni)
  • Solo i piccoli progetti verranno gestiti individualmente
  • I grandi progetti saranno ipercollaborativi (= tanti traduttori sullo stesso file contemporaneamente)
  • La nostra produttività verrà misurata in decine di migliaia di parole/giorno
  • Anche se il prezzo a parola diminuirà drasticamente, guadagneremo lo stesso o di più
  • Ritorneranno essenziali vecchie competenze (grammatica, sintassi, vocabolario)
  • Il potere decisionale tornerà nelle mani del traduttore, che diventerà sempre più creativo perché libero da quasiasi standard

Interessanti sono senza dubbio anche le nuove figure professionali che emergono da questi scenari, come per esempio lo sviluppatore di materiale di riferimento o superprevisore (una figura altamente specializzata in grado di svolgere quel lavoro di organizzazione allo stato dell’arte di cui parlavo sopra, il supervisore che rivede già tutto prima e dà i primi input), il traduttore monoligue, il post-editor di traduzione automatica (colui che risistema il prodotto di una traduzione automatica), il crowdsourcer e altre.

Anche se non sempre le previsioni si avverano, gli esempi che ho appena illustrato dimostrano che qualcosa si sta muovendo. Il modo migliore per affrontare questi cambiamenti è sicuramente quello di aprire uno spiraglio anche noi, fare un piccolo passo avanti, provare a cambiare atteggiamento nei confronti dell’innovazione, che sicuramente avrà sempre bisogno di noi e che potrà diventare veramente utile solo con il nostro contributo.

Io ho già iniziato, e voi?

Stefano

.

Read Full Post »

{ Stamattina, mentre mandavo un po’ di auguri via e-mail, ho letto l’ultima vignetta di mox’s blog:

Mox & Calvo: Can there be hope for translators?

Come sempre, molto divertente e anche molto vera! Infatti mi è sorta spontanea una domanda: non è che un giorno, quando la gente si sarà ormai “abituata” alle traduzioni sfornate dai vari traduttori automatici disponibili gratuitamente in internet, ritenendole più o meno accettabili, la nostra professione andrà a farsi benedire? Lo dico perché, facendo un paio di prove, la traduzione proposta – anche se piena di errori – alla fine si capisce (ed è gratis). Ed è proprio questo il problema… Mi chiedo quindi come cambierà l’approccio alla traduzione automatica da parte delle generazioni future, sempre più collegate a internet e quindi sempre più esposte a questo tipo di traduzione artificiale. Non c’è il pericolo di una sorta di assuefazione ai testi zeppi di strafalcioni, ma in fin dei conti comprensibili?

Stefano

.

Read Full Post »

{ Ieri sera raduno della corale nella cantina di Angelica e suo marito del teatro Schabernack a Montelaterone per un ascolto “critico” del CD che ancora ha da uscì…. La verità è che prima abbiamo mangiato come solo in Toscana sanno mangiare, anche in una cantina di una famiglia tedesca: salame, formaggio, crostini di pane di castagna caldi con pasta d’olive, fegatino, marmellate di cipolla e di peperoncino, olive, e voi direte “e il vino?”, certo, ci arrivo, ovviamente c’era anche il vino, il Montecucco, certamente, poi un risotto alle castagne semplicemente divino creato di sana pianta da Omozitto, la pasta alla “voddekka” fatta dalla più piccolina del gruppo; le salsicce, l’insalata, il pane, la schiaccia e ancora vino. Me ne sono andata prima del dolce….ma prima ho preteso un caffè!

vorale_gverdi_arcidosso

All’improvviso il marito di Angelica si ricorda di avermi promesso degli album di Asterix e Obelix che proprio oggi compiono 50 anni! Beh, in realtà soltanto Asterix ovviamente. Insomma, me ne sono tornata a casa tutta contenta con 12 album in olandese, e per giunta dei più vecchi, anche i più belli!

Non so chi ha iniziato a parlare del “bardo” stonatissimo che viene sempre imbavagliato; nessuno si ricordava come si chiamasse nella traduzione italiana. Eccolo: Assurancetourix, tale quale la sua versione olandese…

assurancetourix

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: