Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘clienti’ Category

befana

Ah, è arrivata la Befana che spazza via le feste e l’anno vecchio, invitandoci a fare altrettanto con le nostre vecchie abitudini!

Chiudiamo il 2013, almeno in Facebook, con le stesse identiche statistiche di sempre:

statistiche 6 gennaio 2014

Le Befane sono in stramaggioranza!

Siamo quindi soprattutto colleghe, anche se parliamo sempre di colleghi perché così ce lo impongono le regole della lingua italiana.

Nel 2013 ho dovuto riflettere parecchio sul significato che la parola “colleghi” ha per me. Come tutti, ho il difetto di riflettere su certe cose solo quando fanno nascere problemi, e spesso mi rendo conto solo allora che fino a quel giorno davo per scontato un mucchio di cose.

Ha girato e sta girando in rete e in Facebook un articolo Рuno dei tanti Рche avverte contro le conseguenze collettive della decisione, presa da singoli, di lavorare gratis (aggiungiamoci anche il pressoch̩ gratis).

L’articolo, dal titolo “La generazione lavoro gratis per avere una vetrina” non è scritto da una traduttrice, bensì da una giornalista medico. E quando l’ho condiviso, neanche l’avevo letto. Perché l’argomento, per me, era chiuso da anni.

Per anni ho dato per scontato che tutti quanti abbiamo la stessa idea di cosa significa essere colleghi. Anche se sono ugualmente anni che vedo e sento presunti colleghi difendere ad alta voce comportamenti propri che sono, secondo me, palesemente non collegiali. Comportamenti non etici quindi, poiché vengono attuati in un ambito in cui ogni gesto del singolo ha inevitabilmente ripercussioni sull’immagine collettiva che hanno i clienti dell’intera categoria professionale. Ho smesso, anni fa, insieme ad altri, di spiegare questo mio punto di vista. Che non è per niente il mio punto di vista personale, e lo dimostra l’esistenza dei codici etici, formulati proprio per questo motivo. Da secoli. Anche dai traduttori.

Il ragionamento che secondo me devi fare quando sei il collega di altri mi sembra di una semplicità unica: con la mia attività professionale, cioè con quello che so fare (e che per fortuna mi piace), devo poter guadagnare il mio pane quotidiano, esattamente come devono poterselo guadagnare tutti gli altri colleghi. I miei clienti, a loro volta, guadagnano il loro pane quotidiano grazie al mio lavoro. Tuttavia, i miei clienti sono anche, nessuno escluso, i potenziali clienti di tutti i miei colleghi. Di conseguenza, se io mi metto a regalare il mio lavoro, e convinco altri a fare altrettanto, metto in moto un meccanismo che a lungo andare costringerebbe tutti i miei colleghi a regalare anche il loro lavoro. Anni fa dicevamo, a chi difendeva la propria decisione di lavorare gratis perché era l’unico modo per entrare nel mercato, che prima o poi ci sarebbe tornata la zappa sui piedi. Oggi la zappa è arrivata, e non è quella di una nuova generazione: è la nostra.

Come le scatole cinesi, il ragionamento qui sopra ne contiene un altro che davo altrettanto per scontato e che riguarda il concetto di mercato: se lavori, ti fai pagare, indipendentemente dal fatto che lavori per passare il tempo, arrotondare lo stipendio, iniziare una carriera da autonomo, realizzare un tuo sogno, per prima, seconda o terza occupazione. Se ti fai pagare fai automaticamente parte di un mercato, e questo mercato siamo tutti noi. Ma anche se decidi di non farti pagare, ti muovi sempre nello stesso identico mercato. Il mercato infatti altro non è se non quel luogo in cui si incontrano delle persone che hanno bisogno dei nostri servizi per poter guadagnare a loro volta e, di conseguenza, far guadagnare noi che quel servizio siamo capaci di offrirlo.

Ecco, secondo me, comprendere il significato delle parole collega e mercato è decisamente la prima cosa da fare obbligatoriamente quando inizi a pensare di voler diventare traduttore, o quando lo sei già e devi prendere le tue decisioni professionali. Non diventi solo un traduttore. Diventando traduttore, diventi automaticamente e inevitabilmente il collega di altri traduttori che si muovono in un mercato, che per definizione è il luogo dove tutti quanti dobbiamo guadagnare il nostro pane quotidiano, a prescindere dal tipo di testi che traduciamo e a prescindere dal tipo di clienti con cui ci relazioniamo.

Ovviamente dà grande soddisfazione potersi fregiare del titolo di collega, ma quel titolo, non dimentichiamolo mai, implica tanto vantaggi quanto doveri e responsabilità che sei tenuto ad assumerti nei confronti di coloro di cui sei diventato/vuoi diventare/sei già collega.

Diventando traduttore, di qualunque tipo, entri in un gruppo, in una collettività, in una categoria professionale. Questa, per poter continuare ad esistere e a garantire il pane quotidiano ai suoi membri, non può permettere agli stessi di fare delle cose che le tolgano valore e incidano sulla sua immagine pubblica di fronte a chi, sul mercato, valuta i servizi che offre e ne usufruisce. A me, come singolo individuo, non è dunque permesso di fare delle cose, nell’ambito del mio lavoro, che possano danneggiare, a lungo o breve termine, i miei colleghi. Ho il dovere, rispetto alla collettività di cui entro a far parte, di mettere da parte i miei soli vantaggi personali e riflettere bene sulle conseguenze delle mie decisioni e azioni per l’intera collettività e la professione stessa.

È chiaro che per costruirsi una vetrina è anche possibile ricorrere a uno scambio senza passaggio di denaro, lo faccio anche io. Purché a quei soldi rinuncino entrambe le parti. E purché i vantaggi soddisfino ognuna delle parti in egual misura. Nel nostro caso possiamo per esempio proporre, a chi ha scritto un articolo, di tradurlo: noi mettiamo nella nostra vetrina la nostra traduzione e il suo nome, lui espone nella sua il nostro nome e un link alla nostra traduzione. Se non è possibile questo, si trova un altro tipo di scambio equo. Tuttavia non bisogna dimenticare mai, nel caso specifico, che se tu esponi la tua traduzione, devi anche essere in grado di garantire all’autore che con la tua traduzione fai fare bella figura anche al suo testo.

Il mio sito, Italia Magia, genera regolarmente proposte di scambio, la maggior parte delle quali mi insegna che, se la gente usasse per i propri affari la stessa quantità di fantasia che impiega per imbrogliare gli altri, oggi non staremmo qui a parlare del fenomeno “lavorare gratis” e di “collegialità” o di “etica e morale professionale” come se fossero un problema.

Visto che il mio sito si rivolge agli appassionati dell’Italia, solitamente chi mi contatta sono i tour operator. Iniziano dandomi subito del tu, cantando le lodi del mio sito: “Ma quanto sono interessanti i tuoi articoli sulla Spagna!” (sic!). Proseguono poi con: “Ci piacerebbe proporti uno scambio. Noi scriviamo un articolo per te e tu lo pubblichi sul tuo sito.” “Siamo certi che apprezzerai, in fondo non dovrai fare nulla.”

Tradotto: Questo non vuole pagare lo spazio pubblicitario che altrove paga centinaia di euro. Vediamo il testo che ha allegato. Apro, chiudo e rispondo:

“Caro X. Il mio mestiere è scrivere. I miei clienti, ovvero altri tour operator, pagano profumatamente per ricevere da me dei testi da pubblicare sui loro siti o nelle loro brochure. Mi pagano perché scrivo per loro dei testi capaci di convincere i loro clienti a prenotare istantaneamente un viaggio. Nel Suo caso, a scrivere l’articolo ci ha già pensato Lei. Se io avessi un interesse particolare per la Sua azienda, potrei pure considerare la possibilità di regalarLe uno spazio pubblicitario sul mio sito sotto forma di un Suo articolo. Purtroppo, tuttavia, non posso permettermi, né gratuitamente, né a pagamento, di esporre nella mia vetrina di scrittrice e traduttrice un testo come quello che Lei mi ha allegato, che per quanto mi riguarda non può finire neanche nel giornalino della scuola media di mio figlio. Nel caso fosse interessato a conoscere sia il prezzo di un articolo scritto da me, sia quello di uno spazio pubblicitario sul mio sito per un articolo scritto in modo professionale, sarò lieta di fornirLe tutti i dati del caso. Se la Sua azienda è invece interessata a uno scambio di pubblicazioni professionali e di link, ricevo e valuto volentieri proposte in tal senso.”

Ecco, perfino sulla parola scambio bisogna riflettere bene. Sia prima di proporlo, sia prima di accettarlo.

Oggi la Befana spazza via le feste e con esse un periodo in cui, invece di lavorare e riflettere, abbiamo dato precedenza all’ozio, alle coccole famigliari e al riposo. Da domani inizio di nuovo a lavorare. E come me anche voi, miei numerosi colleghi. Tentiamo tutti, quest’anno, di lavorare con un pensiero rivolto anche ai nostri colleghi, pur continuando a lavorare ognuno per conto proprio.

Frauke&Stefano

PS1 Ringrazio la collega Alice De Carli Enrico per la sua paziente rilettura e revisione.

PS2 La Befanina e la foto appartengono a Stefania La Rosa (specializzata in giapponese – stefanialarosa@libero.it) che ringrazio di cuore per il suo umorismo e per l’ispirazione!

Annunci

Read Full Post »

Prima di tutto: tutti noi abbiamo il diritto di rifiutare.

newnowbg2

“No” è una risposta perfettamente accettabile; rifiutare è una valida alternativa.

Non siamo obbligati ad accettare ogni lavoro o cliente che si presenta; nessuno ci costringe ad accettare compensi ridicoli o condizioni ingiuste.

Vedo troppi freelance intorno a me che addirittura si tormentano per questo. Bisogna farla finita.

Rifiutare, rinunciare, declinare gentilmente l’incarico, insomma, passare la mano è già un nostro diritto che non ha bisogno di approvazioni, autorizzazioni o permessi speciali.

Lo decidiamo, semplicemente. Per questo siamo liberi professionisti. E mica casca il mondo se stiamo sbagliando! Di solito ci si pente più per aver accettato un brutto lavoro che per averlo rifiutato.

Sta di fatto che non ci si fa le ossa come freelance finché non si è rifiutato almeno un lavoro o un cliente.

Quando si risponde per la prima volta “no, grazie” a un lavoro che non fa presagire nulla di buono, è lì che si prova il brivido dell’indipendenza. Ancora dopo tutti questi anni io lo avverto. Consideratemi pure infantile, ma è proprio così.

Certo, non si può rifiutare un lavoro solo perché si è stanchi o perché c’è la partita o perché non si ha voglia di lavorare.

Rifiutare è tener lontano da noi lavoro tossico, lavoro deleterio per la nostra salute: clienti disorganizzati, lavori che possono solo finire male, lavori che ci sfiniscono senza una buona ragione, clienti che non hanno soldi, lavori che nascono con pessimi presupposti. Col trascorrere del tempo si impara a riconoscerlo, si è in grado di capire che quella mela che fuori sembra così succosa, nasconde in realtà un verme al proprio interno.

Rifiutando siamo noi a decidere quale direzione prenderà la nostra carriera, evitando che sia lei a sballottarci a destra e a manca.

Rifiutare significa definire chi siamo, ciò in cui siamo estremamente competenti, dove vogliamo arrivare.

Rifiutare significa sbarazzarsi di clienti di serie C, crescere, impedire a noi stessi di lasciarci distrarre, sviare e condurre in un vicolo cieco da lavori che odiamo e che non siamo proprio capaci di fare.

“Mi dispiace ma questo non fa per me; non sarebbe onesto da parte mia accettare perché non farei un buon lavoro. Se le interessa posso segnalarle alcuni colleghi che potrebbero esserle d’aiuto.”

“Grazie per l’offerta, ma non sono la persona giusta per questo genere di lavoro. Io mi occupo principalmente di marchi e identità aziendale. Se vuole posso indicarle i nomi di alcuni web designer.”

“Mi dispiace, ma non sono adatto per questo lavoro. In questo caso sarei solo un problema per lei, ma sono lusingato che me lo abbia chiesto.”

“Credo sia giunta l’ora di lasciare spazio ai giovani; è stato un piacere collaborare, ma il mio profilo non è più quello di cui lei ha bisogno.”

Considerando che i clienti di liberi professionisti non sono per niente abituati a sentirsi rispondere di no, siate preparati al fatto che alcuni sbarreranno gli occhi, altri saranno furibondi e altri ancora si offenderanno. E’ inutile spazientirsi per questo. Ah! E altri potrebbero invece addirittura rispettarvi molto di più perché non li riempite di lusinghe e non elemosinate. Beh, a volte.

Anche i soldi dovranno far parte dei motivi di rifiuto.

“Non saprei come fare un buon lavoro per una somma del genere e oltretutto lei non sarebbe contento del risultato. Tuttavia apprezzo la sua richiesta; magari potremo lavorare insieme in futuro.”

“Nessun problema; sarei felice di riparlarne se il budget cambia. Grazie per la proposta.”

“Lo capisco! Certo, ci sono anche colleghi con prezzi molto più alti dei miei; sono sicuro che troverà qualcun altro disposto a lavorare entro i termini del suo budget, o anche a meno.”

“Mi dispiace ma termini di 30/45 giorni non sono accettabili. Io non sono nella condizione di poter finanziare le spese di un progetto per tutto questo tempo. Capisco perfettamente che è bloccato dalla politica della sua azienda, ma secondo lei non potrebbe esserci un’altra soluzione?”

“Onestamente, se accettassi a questo misero prezzo coverei rabbia tutto il giorno (verso me stesso, ma soprattutto nei suoi riguardi) e finirei per mandare a quel paese chiunque mi si presentasse davanti. Oppure continuerei a rimandare questo schifo in favore di lavori meglio ricompensati e ogni qual volta leggessi il suo nome sul display del telefono fingerei di non essere in casa. Quindi meglio lasciar perdere, ok?”

(Non sto dicendo che dovrete comportarvi così ogni giorno. Prescrivo giusto qualche pillola, non ingoiatele tutte insieme; non devo certo stare qui a spiegarlo.)

È il caso di rifiutare un lavoro quando si è troppo impegnati? Con i buoni clienti si cerca di non farlo; per quanto riguarda i nuovi clienti, beh è probabile che non li rivedremo più. Ovviamente.

E se un cliente fisso ha bisogno di un favore e ci chiede di fare per lui un lavoro antipatico, stringiamo i denti e lo accettiamo.

Se un buon cliente ci vuole affidare un progetto fuori dalla nostra portata, che va oltre le nostre competenze, allora rispondiamo: “Mi spiace, ma non sarei brillante come di consueto; se si potesse fare un lavoro di secondo livello sarei felice di occuparmene. O, in alternativa, potrei aiutarla a trovare qualcuno che possa farlo.”

Oh, dimenticavo! Non bisogna mai rifiutare quel lavoro grosso, di alto profilo, richiesto da un cliente di classe A per il quale abbiamo tanto penato. Quello che ci spaventa a morte perché non siamo sicuri di avere le doti per portarlo a termine e abbiamo paura di fare un fiasco davanti agli occhi di tutti e bruciare per sempre la nostra carriera… quel lavoro, lo accettiamo.

Costi anche le pene dell’inferno, un lavoro del genere non si rifiuta mai.

Il testo qui sopra è la traduzione dell’articolo The Freelancer’s Guide to Saying “No”,  un “progetto” nato spontaneamente nel gruppo facebook Aspiranti Traduttori Neolaureati.  

L’intento era quello di sperimentare concretamente come si lavora per riuscire a colmare il divario tra un livello universitario e un livello professionale, da intendersi, in questo preciso caso, come “pronto per la pubblicazione”, ma con lo scopo primario di “trasmettere il messaggio”, il contenuto, a chi non sa l’inglese. 

In questo senso, la traduzione è frutto della collaborazione tra Francesca Giada Meo (neolaureata), Piera Biffardi (traduttrice, laureata qualche anno fa) e me stessa come responsabile della versione definitiva. Ringraziamo Federica d’Alessio che ha gentilmente revisionato una delle versioni precedenti alla presente.  

Read Full Post »

Volunteer Translation Opportunities

{ “Sehr geehrte Damen und Herren, übersetzt werden müssen aus einer deutschsprachigen Excel-Datei Zielsprache Schwedisch 5000 Wort in der Zielsprache. Allerdings sind nicht mehr als 2 Cent/Wort inkl. Steuern (oder als Hobby) zahlbar. Termin wäre der kommende Montag.”

“Buongiorno, dobbiamo far tradurre un foglio Excel dal tedesco allo svedese per un totale di 5000 parole (lingua di arrivo). Purtroppo non possiamo pagare più di 2 centesimi a parola, IVA inclusa (oppure inquadrato come hobby). Consegna entro lunedì prossimo.”

Nonostante le apparenze, questa non è una barzeletta. È la richiesta di un cliente, finita nella casella postale di un collega traduttore professionista tedesco.

Stefano ha creato e lanciato la pagina Volunteer Translation Opportunities che raccoglie alcuni siti di Associazioni Senza Scopo di Lucro internazionali che sono sempre in cerca di traduttori volontari, cioè persone che traducono per loro gratuitamente, senza chiedere né aspettarsi un compenso in moneta. Stefano e io siamo convinti, insieme a molti altri colleghi vecchi come noi, che tradurre gratuitamente come volontari sia uno dei metodi con cui i giovani di oggi – oppure chi aspira a immettersi nel mercato delle traduzioni come freelance – possono fare pratica e quindi accumulare anche in questo modo l’esperienza necessaria per considerarsi, da un certo punto in poi, professionalmente competenti.

La pagina per le traduzioni volontarie attira ogni giorno moltissimi fan. Ma anche alcuni oppositori. Tra cui chi sostiene che quello che si ha imparato e fatto all’università sia sufficiente per dirsi competenti e chi sostiene che in nessun caso si possa tradurre gratuitamente, perché sempre di lavoro si tratta.

La prima osservazione, che sarebbe sufficiente un diploma o una laurea, non la prendiamo in esame. Chi è convinto di ciò ha i propri motivi per esserlo nonostante sia palesemente in contrasto con il buon senso. I principi su cui si basa la competenza professionale si trovano in giro per internet. Dovrebbero essere insegnati all’università, o meglio ancora, già durante il percorso delle scuole superiori: accumulare conoscenza, esperienza di vita, pratica e attitudini adeguate alla professione.

La seconda osservazione merita, secondo noi, una riflessione più approfondita.

Chi si impegna per associazioni senza scopi di lucro, non desidera essere pagato in moneta. Non lo desidera, perché si ritiene pagato in altri modi. Per il volontario, la realizzazione degli scopi dichiarati dall’associazione stessa, è la prima forma di ricompensa: il miglioramento della società di cui egli stesso fa parte. È una ricompensa di tipo collettivo. La seconda ricompensa, di tipo individuale, è la possibilità di accumulare esperienza di vita e di esperienza pratica lavorativa. In altre parole, nessun volontario sta lavorando gratis: sceglie consapevolmente una ricompensa non monetaria per il proprio lavoro.

La richiesta citata all’inizio di questo articolo non proviene dal mondo del volontariato, ma da quello dei rapporti lavorativi e commerciali tra aziende e professionisti. In tale ambito, il budget messo a disposizione dal cliente è irrealistico. In realtà, il tipo cerca qualcuno che sia disposto a lavorare per lui, per una somma simbolica. Sembra accontentarsi anche di un hobbyista. Come se il lavoro e il tempo dell’hobbyista, e di conseguenza anche il prodotto finale, avessero un valore simbolico.  Che speri di trovare il professionista e non l’hobbyista, nonostante quel prezzo simbolico, è chiaro.  Le espressioni “prezzo tasse incluse”; “consegna lunedì prossimo”; “pago 5000 parole testo finale” (a prescindere quindi dalla quantità realmente da tradurre o tradotta), appartengono tutte al gergo dei traduttori professionisti.

Abbiamo quindi un cliente in cerca di un lavoratore che si accontenti di una cifra simbolica per il lavoro che svolgerà. Che accetti quindi anche di assumersi tutte le responsabilità implicite al fatto stesso di aver accettato una ricompensa in moneta.

Nulla vieta di accettare distorsioni della realtà e manipolazioni piscologiche di questo genere. Si può fare anche in questo caso lo stesso identico ragionamento n° 2 del compenso per il lavoro volontario. Anche il lavoro sottopagato permette di accumulare pratica. Il traduttore che decide di accettare per questo motivo, è pienamente consapevole di regalare il proprio tempo, il proprio ingegno e i propri soldi a un soggetto che lucra sul suo lavoro. È pienamente consapevole anche di assumersi tutte le responsabilità che sono implicite negli accordi commerciali. Non ha nessunissima importanza quanto sborsa un cliente: se sborsa anche 1 solo centesimo, ha il diritto – anche legalmente parlando – di pretendere dal proprio fornitore/collaboratore che costui si assuma tutte le responsabilità per le rogne che deriveranno eventualmente dal lavoro che ha svolto e il prodotto che ha fornito.  Quindi, chi accetta per propria scelta proposte commerciali come quella illustrata qui sopra, sa che si assume delle responsabilità nonostante il prezzo simbolico.

Si può anche scegliere di fare pratica regalando i propri soldi e tempo ad aziende che dimostrano, con i loro budget irrealistici, comportamenti manipolativi e ragionamenti distorti, di non farsi nessun tipo di scrupolo pur di mettere tutto il guadagno, il nostro compreso, nelle loro tasche. Ma è una scelta che non può durare troppo nel tempo, a livello individuale, né troppi la dovrebbero fare. Perché se dura troppo a lungo e troppi individui persistono in questa scelta, il concetto di competenza professionale perde inevitabilmente il suo vero significato e valore umano, sia a livello individuale, sia a livello collettivo.  Gli effetti collaterali devastanti della crisi economica o finanziaria – come la si voglia chiamare – li favoriamo anche noi, se non ci rendiamo consapevoli di questo.

Chi sceglie di investire un po’ del proprio tempo e lavoro a favore di un’associazione di volontariato, oltre ad accumulare esperienza e fare pratica come investimento nel proprio futuro professionale, sa anche che le responsabilità sono molto limitate, proprio perché ha lavorato volontariamente, cioè senza quel prezzo che in un rapporto commerciale trasferisce automaticamente una serie di responsabilità su chi svolge il lavoro per il quale l’altro paga. Ogni investimento costa. Possiamo fare in modo che sia il migliore possibile, sia per noi stessi, sia per la collettività.

Frauke & Stefano

Read Full Post »

{ Su Langit e altrove si è svolta (e si sta ancora svolgendo) in questi giorni una discussione sulla base di un articolo di Chiara Santoriello “I vantaggi derivanti dall’istituzione di un Ordine Professionale” pubblicato su La Nota del Traduttore il 18 aprile del 2005.

E’ stato citato anche il trafiletto di Altrinit del 2008 che si riferisce ad un fatto del 2007 e una sua rassegna stampa di notizie che riguardano sia la riforma degli ordini, sia le vicissitudini dei traduttori ed interpreti dei tribunali.

Gianfranco Manca ha dedicato un sito alla questione:  www.albo-si-albo-no.org , ma mi sembra che vada comunque ben oltre la mera questione di  “albo si o no”.

E’ da giorni che cerco di capire perché sono allergica alla parola “albo” messa insieme con “traduttori”.  Esistono fin troppe buone ragioni razionali per non abbinare queste due parole, ma ce ne deve essere una fondamentale che non sono ancora riuscita a trovare.  Quindi mi limito a segnalarvi la discussione, gli articoli e il sito.

Read Full Post »

 

{Ero molto indecisa stasera se iniziare a parlare di questo articolo: http://www.translationtribulations.com/2010/11/subprime.html oppure di questo: http://www.wikihow.com/Procrastinate.

In realtà il primo si riferisce a questo: http://patenttranslator.wordpress.com/2010/11/26/why-it-usually-makes-no-sense-to-fill-out-forms-sent-to-you-ahead-of-time-except-when-you-are-a-subprime-translator/

Tre articoli interessanti, ma quello che mi ha colpito di più stasera, perché mi ha colpito personalmente, è sicuramente l’articolo Procrastinate.

Dei due articoli intesi per traduttori (e clienti) mi è parso più “pratico” quello di translationtribulations:

Yesterday’s interesting post was about agencies who send out silly sign-up forms for folks like you and me to become part of the great feed lot of translating cattle waiting to be slaughtered by translation consumers hungry for low rates.

“Subprime” doesn’t necessarily mean bad translators. But I find the term interesting in this context, and some of PT’s associated comments got me to thinking that there is potential in that word to describe some of the high-risk behavior of LSPs who package and resell services from way down the food chain like others packaged and passed on junk loans until banks and other institutions started suffering a bit of a melt-down a few years ago. The sort of melt-down I’ve seen in the historical slag of past translations from a few major direct clients who used to deal with Top Ten Volume LSPs.

Some of these LSPs who make elaborate marketing promises for multiple levels of review and other crap they probably never bother with in reality probably have a lot in common with the sharks who sold subprime loans to borrowers who never understood the hook that was being set. Translation consumers (individuals, companies and organizations who pay the ultimate bill for the work) are too often unaware of what really goes on with their projects.

So if the translators and the end customers are getting screwed in these subprime relationships, cui bono? The pimps as usual.

Fortunately, in my experience, this does not describe all of the MLV landscape, which is usually populated by diverse and interesting people, at least among SMEs. The serious ones worth working with add real value and can educate their customers to understand how this works so that they pay the rates needed to support viable results. One interesting organization that I know even follows a strategy of basing its offers to translators on a share of the gross rate from which the known overhead and target profit share are deducted, so depending on the particular deal negotiated with an end customer a translator’s proposed compensation may vary widely. The intention behind that is certainly honorable and reflects good business planning at the MLV level, but I do wonder whether the translators taking everything that comes their way at whatever price are keeping an eye on their fixed overhead costs. I personally find it tiring to see fixed rate offers for which I have to calculate constantly whether it’s worth getting out of bed and putting on the coffee. The MLV relationships that really work for me are the superprime ones where my target rate is respected and I don’t care if the agency has a 300% markup, but where my time and effort is clearly respected and appropriate surcharges are offered for anything rushed or unreasonable before I have to bring those matters up. I’ve also noticed over the years that these MLVs usually practice the best hygiene with their customers’ data, and even over years I see little unacceptable content infecting the TMs.

Mi piace perché anche in questo articolo, come fa spesso, Lossner descrive sia i bad practices , sia i good practices.

Propongo invece di leggere per intero quello che parla della procrastinazione: “rimandare, rinviare, temporeggiare, indugiare; tirare per le lunghe”.

A me ha tolto molto peso dallo stomaco ;>)) Questa società, questo mondo aziendale, vuole tutto organizzato e programmato, meglio fare ora che farlo domani. Ma è una cosa tipicamente maschile. L’istinto invece è femminile. E se l’istinto mi dice che è meglio fare una certa cosa domani e non oggi, un buon motivo c’è. E i traduttori sono per il 85% traduttrici.

Non sto scherzando. L’ho preso molto sul serio quel post. Spiega bene per esempio perché è del tutto inutile sentirsi in colpa perché “come al solito mi mancano pochi giorni alla consegna e ancora non ho neanche iniziato”. Se ti succede spesso, probabilmente sei una di quelle persone che lavorano meglio sotto pressione. Se lo sai, puoi “programmare” la procrastinazione! E lavori in sintonia col tuo ritmo personale.

Io aggiungerei una cosa a quel post. Lasciare che il cervello lavori da solo, la notte mentre dormi, è ancora meglio che riflettere certe volte, soprattutto se si tratta di dover scegliere tra diverse soluzioni. Una bella mattina ti alzi e mettendo un piede fuori dal letto, ecco che la decisione giusta, l’idea giusta, quella da mettere in atto, ti sta scritta nel cervello in lettere chiare e tonde. Solo allora ha senso riflettere, perché rifletti su quella determinata idea, su come metterla in atto e non più su cosa scegliere.

Frauke

PS Il gatto sul divano è di Robidò

Read Full Post »

{Crowdsourcing all’italiana del Ministero italiano per i Beni e le Attività culturali

The organisators of the FB-page of this important ministry have recently created a still ongoing crowdsourcing project. Very modern spirit, you would say. The problem is that they are inviting their more than 21 thousand Italian mothertongue fans to write a slogan in English for the promotion of the (future) English MIBAC-page. Ok, between their fans there may be some foreigners and between them some English natif speakers.

Personally, I do not want to discuss the crowdsourcing solution in itself, but at this level – to promote a ministery in the world – you should use it at least in an intelligent way. I do not even want to know in this very moment why the ministery did not create a page in FB directly written in English. Money problems as we are all struggling with, I suppose.

And ofcourse some Italian natif speaker accidently could find a good slogan. We do’nt know – they did not answer this question – if the slogan that will be choosen will be valuated by a payed or unpayed English mothertongue writing expert. And it could also actually happen that some English speaking people participate and find something nice.

What is totally and obviously wrong in the application of this modern marketing method, is the complete lack of reasoning about the risks of adressing an Italian speaking crowd to write a slogan directly in a language which is not their native language. Any riskfree solution should have included automatically English natif speakers. Payed or not.

We have suggested directly on the page that the administrators should invite their Italian fans to write an Italian slogan that the Ministery or it’s marketing office can outsource to a translator or another expert English copywriter or other writing expert. We did not even get an answer on the page itself. Today they repeated, in Italian ofcourse as they are adressing an Italian public, their invitation to post “slogans written in English“. To ignore the critics or serious questions in the one place on the web where you run – per definition – a dialogue with your fans is another professional error for who is using social network for marketing purposes. Even a fatal error.

Some months ago, the “Ministero per il turismo” has done the damage of http://www.italia.it before we could react. Now we can tell them directly what we think about these kinds of risky and unprofessional decisions regarding global promotion of this – our – country: here.

Frauke

Disclaimer: I am totally aware of the poorness of my badly written English.

Read Full Post »

{ Iniziare, nella pratica

1. Iscriversi a ProZ, ma facendovi i conti vostri. Se vedete tariffe che vanno da 0,01 a 0,10, state tranquilli che quella più corretta non si trova al centro, ma sopra!

Ricordatevi che la trattativa col cliente inizia con la sua richiesta e il VOSTRO prezzo per quella richiesta. Poi vi accordate; non all’incontrario. Ne consegue che dovete partire con un prezzo che vi consente di fermarvi su uno leggermente più basso.

Ci sono altri siti come ProZ che troverete in giro per la rete e sulla pagina LPT.

Tuttavia, ProZ ha un’utilità enorme e gratuita: inserirvi n vostro profilo, a prescindere dalle critiche.

Questo profilo deve tirare fuori TUTTA LA VOSTRA ORIGINALITA’. Un professionista fa "concorrenza" agli altri con le proprie competenze, non con i prezzi che dovrebbero essere bene o male tutti "uguali".

2. Iscriversi a Langit e a qualche lista straniera (delle lingue con cui lavorate)

3. In base al profilo, creare un CV. NON UN CV DA DIPENDENTI!!!!!!!!!!! Se vi proponete come "liberi" professionisti, non state cercando un lavoro fisso. Mettetevi nell’ottica di chi vuole essere "pescato" dalla vasca con migliaia di pesciolini rossi; dovete essere talmente diversi da essere notati!
Al massimo 2 cartelline, niente tariffe altrimenti in fondo + la legge della privacy

4. Create un blog. Scriveteci. SCRIVERE è la vera competenza di un traduttore. Scrivere nella propria lingua quindi in modo semplicemente perfetto. I blog vengono trovati facilmente da google e altri mr, i siti di meno.

5. Clienti – Se volete cliente diretti e vivete in una città grande e avete ben chiaro in quale settore esattamente riuscite a garantire un lavoro professionale (quindi con l’aiuto di esperti – quelli che conoscono il settore e altri che sanno scrivere), io cercherei di capire quali siano le aziende o i clienti nella vostra zona che potrebbero avere interesse. Biglietti da visita con i dati – tutti – di contatto + la combinazione linguistica – Non credo sia facile "entrare" in queste aziende, ma provate a capire il loro network. Dove si incontrano? In quali bar? Feste? Fiere? Congressi? Chi sono i loro fornitori magari? Penso ad un tribunale, per il giuridico: ci sono sempre i bar e le hall dove gli avvocati si incontrano. Riflettete sulle vostre personali conoscenze: parenti e amici. Parlate letteralmente con tutti delle vostre intenzioni. Prima o poi arriva una segnalazione!

6. Cercate un altro lavoro, possibilmente fisso, ma non importa. Conta l’esperienza e anche un lavoro porta a fare altre conoscenze. Possibilmente un lavoro organizzativo, dove si impara a prendere decisioni rispetto a problemi, trovare soluzioni. Continuate nel frattempo a guardarvi intorno per qualche traduzione.

7. Calcolate che il giorno in cui aprite una P.IVA è bene avere i soldi da parte per "almeno" due anni…di vita. Oppure dei genitori o altri disposti a mantenervi. Mettete da parte tutto quanto, per le tasse e per iniziare a stare sui vostri piedi il giorno in cui finisce il mantenimento. Qualunque cosa guadagnate con p.IVA, mettete via la metà degli incassi. Il 40% per le tasse, altro per un salvadanaio. Queste sono cose che potete chiedere a qualunque commerciante, loro ragionano tutti in questi termini…

8. Ho dato per scontato che possedete un computer + internet. Iniziate a scaricare programmi CAT gratuiti per capire come funzionano. Comprate un programma di contabilità tipo TS3000. Iniziate a conoscere FTP, programmi di posta elettronico, prendete un proprio dominio (25 euro all’anno) per un indirizzo email professionale (riflettere molto bene sul nome, nel nome può esserci già un’indicazione della vostra professione).

Frauke

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: